Olio etrusco: coltivazione, estrazione e commercio.
l’olio etrusco non è solo “cibo” per l’archeologo: è il filo verde che collega l’antica società etrusca ai moderni paesaggi olivetati della Toscana. Le nuove ricerche archeobotaniche e molecolari sugli olivi antichi rafforzano il legame tra olivicoltura odierna e quella dell’Italia preromana, testimoniando l’eccezionale continuità di questa coltura.
La produzione dell’olio etrusco riflette una tradizione millenaria dell’olivo in Toscana. Già nel I millennio a.C. gli Etruschi, popolo dell’Italia antica (IX–I sec. a.C.), avevano introdotto e diffuso la coltivazione dell’ulivo. In particolare, fin dal VII sec. a.C. l’olivo fu piantato nelle colline toscane al posto delle specie selvatiche: “l’olivastro e i vitigni selvatici furono sostituiti dalla coltura dell’olivo che gli Etruschi avevano conosciuto attraverso i Greci”. La diffusione era favorita dalla fertilità dei terreni vulcanici dell’Etruria meridionale e dai microclimi interni (es. Maremma, Arno-Tevere). In queste terre l’olivicoltura antica crebbe in società basate su latifondi aristocratici (piane alluvionali, colline) dove sacerdoti rurali (gli Aquilex) vegliavano la pioggia e la fertilità. Nei secoli si tramandarono tecniche semplici ma efficaci: gli ulivi venivano potati e coltivati in terrazze, e le olive raccolte a mano con piccoli rastrelli, come documentato da fonti antiche e scavi agrari. Estrazione dell’olio: strumenti e fasi di lavorazione.
La produzione dell’olio antica seguiva due fasi principali: la frangitura e la spremitura. Le olive venivano innanzitutto schiacciate con una mola olearia; si tratta di un’installazione di pietra simile a un mulino, formata da una base circolare fissa (il bacino) e da una pietra cilindrica superiore mossa (spesso fatta rotolare da asini o lavoratori). Dopo aver ridotto le olive a poltiglia, si passava alla pressatura: il lievo pressa a trave, ripreso sia dai Romani che descritto nei vasi greci, consisteva in un grosso trave di legno appoggiato a un incavo e caricato con pesi o pietre. Le olive infrante, sistemate in sacchi di fibra o in fasci di legno, venivano schiacciate sotto la trave, facendo colare il succo in vasi raccoltori sottostanti. Le prime testimonianze archeologiche di presse etrusche risalgono al periodo orientalizzante-arcaico (ca. 7°–6° sec. a.C.): per esempio, a Podere Tartuchino (VI–IV sec. a.C.) in Toscana sono state rinvenute strutture riconducibili a impianti di produzione vinicola e probabilmente anche olearia. Nel complesso, le tecniche rimanevano artigianali – schiacciamento al mulino e spremitura a leva – ma efficaci per l’epoca: il raccolto finale veniva decantato e conservato in anfore di terracotta per uso locale o scambio commerciale.
L’olio ricavato dagli Etruschi aveva molteplici impieghi. Oltre a condire alimenti (pane, cereali, minestre) era usato come unguento cosmetico e medicinale per il corpo, data la sua proprietà emolliente e curativa. Serviva anche come combustibile per le lampade a olio – un esempio celebre è il lampadario di Cortona alimentato con olio vegetale e come offerta rituale in cerimonie (simbolo di purezza, con nesso divino). Questo “oro verde” era così prezioso da comparire anche nel corredo funerario: in tombe principesche etrusche si trovano anfore e bacili contenenti noccioli d’ulivo, come nella cosiddetta Tomba delle Olive di Cerveteri (fine VI sec. a.C.).
Gli Etruschi scambiarono ampiamente l’olio sui mercati mediterranei. In fase iniziale (VIII–VII sec. a.C.) importavano l’olio greco in anfore di impasto, ma ben presto svilupparono una propria produzione locale. Relitti di navi (es. la nave del Giglio, ca. 600 a.C.) hanno restituito anfore etrusche piene di olive conservate, confermando esportazioni sia di olio che di olive. Di fatto l’olio etrusco era uno dei beni di pregio, insieme a vino e metalli, che partivano dai porti di Tarquinia, Populonia e Cerveteri verso l’Italia e l’Europa, alimentando rotte commerciali marittime. Era considerato così importante che veniva premiato anche in contesti atletici (come succedeva ad Atene).
La storia dell’olio d’oliva etrusco abbraccia quasi un millennio. Secondo la tradizione antica (Fenestella, Plinio) l’olivo era introdotto in Italia da Tarquinio Prisco (re etrusco di epoca regia romana), ma la coltivazione è attestata archeologicamente già nel pieno periodo orientalizzante (fine 7° sec. a.C.). Nei secoli successivi (VI–III sec. a.C.) l’oleocoltura rimase stabile, sostenuta dai grandi latifondi, fino alla conquista romana (I sec. a.C.). Con Roma molte tecniche furono acquisite e l’olivo continuò a prosperare nelle terre etrusche. Anche oggi la Toscana conserva questa tradizione: i moderni uliveti toscani (es. Chiusi, Sovana, Cortona) sono spesso impiantati in aree già note in epoca etrusca e talvolta includono alberi secolari sopravvissuti.
In Toscana si conservano importanti siti legati all’oleicoltura etrusca. Nell’Etruria meridionale (Maremma) insediamenti come Roselle (nei pressi di Grosseto) e Vulci (sul fiume Fiora) mostrano resti di frantoi e anfore. Altri centri chiave erano Populonia (più a nord, affacciata sul Tirreno) e Tarquinia (oggi in provincia di Viterbo, antica Caere), da cui i mercanti salpavano carichi di olio verso il Mediterraneo. Anche Chiusi (in Valdichiana) era nota per i suoi terreni ricchi di ulivi: la fertilità di Chiusi, unita a cereali e vite, attirò persino popolazioni celtiche grazie alla sua produzione di olio e vino. Numerose campagne etrusche rivelano oggi reperti come presse in pietra, dolii e unguentari (i caratteristici vasetti ceramici per unzioni di profumi), che confermano l’uso ampio dell’olio nella vita quotidiana e nel culto.
Bibliografia:
1) Barbieri, G.; Ciacci, A.; Zifferero, A. (a cura di), Eleiva, Oleum. Olio. Le origini dell’olivicoltura in Toscana, San Quirico d’Orcia: Don Chisciotte, 2010.
2) Belletti, G.; Caricato, L.; Cimato, A.; Nunziatini, V. (a cura di), Olivo e olio in Maremma. Tradizione, storia, cultura, Siena: Ed. Effigi, 2007.
3) Belletti, G., L’economia dell’olivo e dell’olio in Maremma, in Olivo e olio in Maremma, 2007, pp. 107–199.
4) Allegrezza, V., Olio e produzione olearia in Roma antica. L’olio di oliva e il regime giuridico ed economico della villa e della fattoria, Firenze: Prospettiva Editrice, 2016. (Contiene sezioni su Etruria e passaggi etrusco-romani.)
5) Ciacci, A.; Zifferero, A., Per un’archeologia dell’olivo in Etruria (contributi e sintesi nei progetti VINUM ed ELEIVA).
6) Barbieri, G.; Ciacci, A.; Comini, A., Il “Progetto Eleiva” (capitolo di sintesi metodologica), in Eleiva, Oleum, Olio.
7) Consiglio Regionale della Toscana (a cura di), Il mondo rurale etrusco (atti, con sezioni su olivo/olio, testimonianze e bibliografia).
8) Comini, A., Produzione agricola nell’Italia medio-tirrenica in età preromana: il caso dell’olivo e dell’olio (tesi Univ. Siena, 2007–2008).
9) Heilmann, L., L’ulivo e la lavorazione dell’olio nei colli fiorentini. Contributo allo studio della terminologia olearia in Toscana.
10) Articoli/rapporti del progetto Eleiva, Oleum, Olio (Amiata–Val d’Orcia): quadro su origini, pratiche e biodiversità olivicola storica.
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