27 Dicembre 2017 · 755 Views

Il Mugello al tempo di Beato Angelico

Il Mugello al tempo di Beato Angelico


Il suo nome era Guido di Pietro, cioè Guido figlio di Pietro. Non sappiamo se avesse un nome di famiglia; alcuni autori gliene attribuiscono uno, senza provarlo e forse per confusione. Ed era d'altronde naturale che non ne avesse; poche famiglie possedevano ancora un sopranome ereditario. Si chiamava Guido e ci si dice che era conosciuto col diminutivo di Guidolino.
Non sappiamo se ci sia modo di trarne qualche conseguenza sulla sua taglia, la sua grazia o la sua debolezza, perchè un Toscano che a quell'epoca portasse il suo nome semplicemente, senza diminutivi, aumentativi o peggiorativi, era un fatto ben raro. Era chiamato dunque Guidolino; suo padre si chiamava Pietro e di lui non sappiamo altro all'infuori del nome e della patria. Ancor meno conosciamo la sposa di Pietro, la contadina toscana che dette alla luce Guidolino. Il Vasari par che accenni ad una certa agiatezza nella famiglia ed è lecito supporlo; essa viveva presso Vicchio nell'alto Mugello.


Panorama di Vicchio

A qualche lega a nord e ad ovest di Firenze, si erge il massiccio montagnoso che forma appunto il centro dell'Appennino. Se, come dice Dante, l'Appennino è il dorso d'Italia, dorso gibboso d'un enorme e strano animale, con degli aguzzi e rapidi contorni, bisogna dire che qui tocchiamo la sommità di questa rude schiena; è il monte Falterona, donde sorgono ad un tempo due illustri fiumi, il Tevere e l'Arno. E non sono i soli; ché da quel punto elevato dello spartiacque, scendono numerosi, e rapidi corsi d'acqua alimentati dai mille torrentelli che Dante, in primavera udiva cantare sui fianchi delle montagne.
Queste acque corrono verso il nord, il sud, verso l'est o l'ovest, verso il mar Tirreno o l'Adriatico secondo l'inclinazione ricevuta. Ma spesso, contornando l'innumerevoli contrafforti che si staccano dal tronco centrale, inflettano il corso in modo bizzarro, cambiano direzione e tornano quasi sui loro passi. Così l'Arno, partito dal Falterona scorre prima verso mezzogiorno per risalire diritto al nord, dopo aver contornato il Pratomagno.
Così anche la Sieve, che si getta nell'Arno al sud di Firenze, ha le sue sorgenti alcune leghe al nord di questa città, di modo che, al momento in cui raggiunge l'Arno, ha descritto intorno a Firenze una specie di vasto circolo. La parte inferiore della valle della Sieve é chiamata Val di Sieve, mentre la parte superiore, racchiusa da monti più alti e posti direttamente al nord di Firenze, porta, fin dai remoti tempi, il nome di Mugello.
Il Mugello, eccettuata la sua parte occidentale, dove la Sieve si apre uno stretto passaggio per raggiungere la così detta Val d'Arno, è circondato da ogni parte da monti rocciosi, ramificazioni degli Appennini, che si collegano gli uni agli altri. E sono, a nord e ad ovest le montagne di Castel Guerrino, il giogo di Scarperia, il colle di Casaglia, le Scale di Belforte: l'enorme masso del Falterona lo domina ad est, a sud, una linea di monti meno alti lo separa dalla Val d'Arno e da Firenze. Queste montagne son care a tutti coloro che amano Firenze, perché ne sono lo sfondo; le amano per le forme loro nobili e gravi, per le luci rosee e bluastre che le dipingono la sera, al tramontare del sole; e sono il Monte Rotondo, il Monte Giovi, il Pratolino, il Monte delle Croci, e il Monte Morello, che dominano Fiesole con le loro curve eleganti.
Fiesole giace sul colle più accessibile di questa piccola catena che separa il Mugello da Firenze; é, diremo così, la tappa che conduce dal Mugello a Firenze. A Fiesole, dietro il Duomo, volgendo le spalle a Firenze e guardando verso settentrione, si vede svolgersi, lungo una stretta valle, fra i cipressi e i pini, la strada del Mugello. Nei tempi antichissimi il Mugello era detto «ager Faesulanorum — il territorio dei Fiesolani». La sua immagine, con la sua serietà piena di grazia e la sua melanconica gaiezza, s'associa a quella di Fiesole. Dietro Fiesole si é quasi già nel Mugello; proseguendo il cammino ancora un po', quando abbiamo asceso il colle dirupato, il cui nome, Uccellatoio, suscita delle idee aeree d'uccelli e d'uccellatori agresti, dominiamo simultaneamente le due vallate; dietro di noi è Firenze, e dinanzi a noi la patria di Giotto e di Frate Angelico, il Mugello.
Le alte valli dell'Appennino non sono tutte aspre e rocciose. I pittori del medio evo non vi hanno trovato solo i simboli della penitenza e della compunzione. In fondo a ciascuna di queste valli, sia quella dell'alto Tevere, sia il Casentino, o il Mugello, un fiume ha deposto da secoli le sue fertili alluvioni in una pianura più o meno larga. Poi, i fianchi dei colli, prima di farsi più aspri, e di salire a gradini fino alle dure rocce delle vette, hanno spesso dei dolci pendii, dove crescono la vite e l'olmo, dove le bianche case dai tetti piatti si nascondono dietro i filari dei mistici cipressi. Siamo in Toscana; la luce é tenue, l'aria fina. Fra le severe muraglie dei monti si disegnano lieti paesaggi, di misericordia e di pace. Il sole e il limpido cielo son là per dare dei pensieri benefacienti. Sono paesaggi, come non ne esistono altri al mondo, fatti per ispirare, con la loro stessa realtà, l'idealismo dei poeti e dei pittori.
Nei tempi passati, quello che sembra abbia più di tutto colpito gli spiriti é il carattere ridente e grazioso della valle del Mugello. Il domenicano Leandro Alberti scriveva nel XVI secolo: «Fra i monti dell'Appennino appare una valle assai piacevole e ridente, piena di bei villaggi e di belle fattorie». Un antico documento del paese descrive il Mugello con questa sola parola: «La gaia vallata del Mugello». Queste immagini debbono essere raccolte all'inizio della vita di Frate Angelico.
L'aria toscana che respirò dapprima, e i paesaggi toscani sui quali apri gli occhi, sono sempre là. E non saprei come si possa comprendere l'ispirazione della poesia o della pittura toscana, senza aver respirato quest'aria e contemplato questi paesaggi.
Vediamo ora quali immagini umane colpirono a tutta prima il suo pensiero, e in quali giorni d'odio e di guerra apparve il pittore della pace. Guidolino, figlio di Pietro nacque probabilmente nel 1387 e vide la luce presso il borgo di Vicchio. Questo é quanto ci apprende la cronaca domenicana di Fiesole, la quale ci designa così Guidolino: «de Mugello prope Vicchium». Ora noi possiamo sapere non solo che cosa era Vicchio e come ci si doveva vivere, ma possiamo anche figurarci quali vi fossero gli argomenti di conversazione e quali cose vi si potessero pensare negli ultimi anni del XVI secolo.


Viale Beato Angelico a Vicchio, Firenze

Vicchio non é un'antica città. Gli antichi centri di popolazione nel Mugello sono Dicomano e Borgo San Lorenzo, due grandi borghi oggi fiorenti, dei quali l'uno rimonta ai tempi antichi, l'altro all'alto medio evo. Vicchio fu costruito dai Fiorentini sin dalle fondamenta e seguendo un piano geometrico, nel 1324, un po' più di cinquantanni soltanto prima della nascita del nostro Guido.
Era una piazzaforte, uno di quei castelli che Firenze poneva qua e là per manifestare ed assicurare i progressi della sua potenza. Da questa necessità della politica medioevale son sorte, in Francia come in Toscana, delle città d'aspetto caratteristico, completamente quadrate e con le strade che si tagliano ad angolo retto.
Durante lunghi anni, i Fiorentini, con successive spedizioni, con abili negoziati, con un giudizioso impiego delle loro ricchezze, con una politica metodica, terminarono di assicurarsi il possesso di tutte le valli che li circondavano e delle gole delle montagne. Questo possesso comprendeva quello delle strade, quindi il commercio, la ricchezza e la potenza. Era il seguito d'una lotta che continuava dal XII secolo, a poco a poco, giorno dopo giorno, per spezzare intorno a Firenze la ferrea cerchia delle signorie feudali ghibelline e d'origine imperiale.
La lotta fu specialmente lunga ed aspra nel Mugello, che la natura dei luoghi e la cintura di monti rendevano una fortezza naturale. I Signori che vi si trinceravano erano gli Ubaldini ad ovest ed i conti Guidi ad est; già un gran colpo era loro stato dato verso la fine del XIII secolo e al principio del XIV, togliendo loro, dopo epici assedi, e distruggendoli senza pietà, Ampinana ai conti Guidi e agli Ubaldini Monte Accianico; questi erano i loro più forti rifugi «le loro spelonche», come disse Giovanni Villani. Ma ciò non bastava. Questi grandi feudatari, mezzo signori, mezzo briganti, tenevano ancora il paese.
 


Con l’abbattimento del castello Monteaccianico, gli Ubaldini  non cesseranno di contrastare l’avanzata di Firenze sul territorio, dove il loro radicamento e la costruzione di nuovi castelli darà filo da torcere a Firenze per altri settanta anni, con una sorta di guerriglia continua sull’Appennino tra cui la distruzione per ben due volte della neonata Firenzuola.​

Bisognava dunque innalzare delle nuove fortezze contro di loro al posto delle antiche scomparse. E fu cosi che contro gli Ubaldini e non lungi da Monte Accianico, era stata costruita, dal 1305 al 1313, la fortezza che divenne famosa sotto il nome di Scarperia. Per la stessa ragione, nella parte occidentale della valle e contro i Guidi, presso le rovine di Ampinana, si costruì Vicchio nel 1324. Il luogo scelto era posto a due leghe da Ampinana e più vicino al fondo della valle, presso una piccola antica rocca dei Guidi, detta Rostolena, ed era particolarmente propizio per difendere il passaggio della Sieve. Prima che Vicchio avesse una cerchia di mura, una «terra murata», come dicevano i Fiorentini, vi era stato costruito un ponte, senza dubbio il primo ponte di pietra che abbia conosciuto la Sieve, perchè quando fu gettato nel 1295 dagli ingegneri fiorentini non si conosceva ancora che un ponte nel Mugello: il vecchio ponte di legno di Borgo San Lorenzo, spesso guastato dalle impetuose acque della Sieve. Anche il ponte di pietra di Vicchio ebbe varie avventure e fu più d'una volta riedificato; ma ha conservato sino ad oggi il suo aspetto medioevale. Non si vedeva dapprima presso il ponte che qualche casa, un povero borgo dipendente da Montesassi. Più tardi, quando per la caduta d'Ampinana divenne più evidente l'utilità del ponte, ci volle una fortezza per difenderlo. Si fabbricò quindi la città per il ponte; e prima del castello guerresco di Vicchio, esisteva il ponte di Vicchio che era un ponte di guerra.


Ponte di Vicchio


Il castello e le dimore che racchiude fra le sue mura, dominano il ponte. La città è costruita su di una collina, ultimo contrafforte d'una costa montuosa che dall'Appennino di Belforte scende sino alla Sieve, e alla confluenza dei due torrenti il Muccione e l'Arsella. È circondata a destra e a sinistra da altri simili contrafforti staccati pure dall'Appennino. Le terre sulle quali fu costruita appartenevano in gran parte alla mensa episcopale di Firenze. Vicchio era una piccola patria fiorentina piantata fra le montagne contro dei ghibellini ribelli. La fortezza separava dal fiume e dalla pianura i Guidi della montagna, ancora potenti nei loro rifugi di Belforte e della Gattaja, donde per i valichi dirupati comunicavano coi loro parenti del Casentino.

La città era ed é ancora affatto rettangolare, nel cubo delle sue spesse e massicce muraglie che due sole porte attraversano una ad est, l'altra ad ovest. Ciascuna di queste porte, al tempo in cui Guidolino le vide, era fiancheggiata da due enormi torri. La popolazione non dovette esservi troppo abbondante: nel XVI secolo contava trecento abitanti; forse ve ne erano di più nel XIV ma non molti perché si nota che restò a lungo senza una chiesa parrocchiale. Come parrocchia da principio dipendeva da San Stefano in Botena; poi passò sotto la parrocchia di San Cassiano in Padule. C'era tuttavia a Vicchio un luogo di preghiera e non possiamo dimenticarlo. La modesta cappella di San Giovanni Battista di Vicchio, servita nel XIV secolo da un semplice cappellano, ha forse veduto battezzare il piccolo Guidolino e ha potuto raccogliere il profumo delle sue prime preghiere.
Questo luogo fortificato era almeno un centro; in nome di Firenze vi era un'autorità costituita. Era, come si diceva, una Potesteria, la sede d'un Podestà, cioè vi si rendeva la giustizia. Là si riunivano i contadini, i vignaioli e i pastori dei dintorni per i mercati e intorno al tribunale, e là si rifugiavano nei giorni di guerra e di pericolo.
Guidolino di Pietro nacque, senza dubbio, in qualche borgo o in qualche podere presso Vicchio. Brocchi, storico del Mugello, che scriveva nel XVIII secolo, lo dice «da Vespignano », attribuendogli così la stessa patria di Giotto; ma non ne fornisce le prove. (D'altronde oggi Vespignano fa parte del comune di Vicchio). Essendo nato a Vicchio o nei dintorni, bisogna credere che il fanciullo usciva da una famiglia essenzialmente guelfa e fiorentino di cuore. Vicchio era stato popoloso al tempo della sua fondazione nel modo abituale dei Fiorentini. Essi attiravano nel nuovo castello una popolazione volontaria, promettendo, per lunghi anni, privilegi ed esenzioni da imposte.
Le lotte secolari avevano qualche tregua quando Guidolino venne al mondo; la potenza degli Ubaldini e dei Guidi era ben fiaccata, sia con la sottomissione, sia con la definitiva espulsione dei membri di queste due terribili razze. Ma bisognava che la pace fosse completa e definitiva. I vecchi odi dei signorotti dell'Appennino trovavano contro i Fiorentini l'appoggio dei Visconti di Milano, per opera dei quali più d'una volta Firenze corse rischio di perire: nelle montagne e su quella strada del nord, cosi importante a conquistare e a difendere, l'aria era spesso in fuoco. Non si respirava che guerra e i primi anni di Guidolino trascorsero in mezzo ad una gioventù bellicosa. Leonardo Bruni dice, parlando dei giovani delle valli dell'Appennino: «Il loro unico piacere é di venire alle mani».


Luca Signorelli, presunto ritratto del Beato Angelico, particolare dalla Caduta dell'Anticristo (1501 circa) nel Duomo di Orvieto

Quel che il fanciullo potè udire, i ricordi che trovava presso suo padre o i vecchi della sua famiglia e della sua città, non potevano essere che colpi di spada, cavalcate, assedi, battaglie. Le leggende militari della Toscana hanno un'origine più antica di quelle del nostro paese, giacché tutte rimontano ai giorni dell'antichità romana. Il ricordo d'Annibale nel Mugello resta ancora nei nomi dei luoghi presso Borgo San Lorenzo e Pontassieve; come pure quello di Catilina. Dopo sarà l'invasione dei barbari e sopratutto quel Totila quasi leggendario, di cui i primitivi pittori hanno, in parecchi affreschi, illustrato le imprese. E ancora si mostra il campo sul quale i Romani furono vinti dai Goti.
Del resto le leggende meno lontane del medio evo bastavano anche troppo a popolare i ricordi di episodi gloriosi e feroci. Gli Ubaldini vantano nel loro paese delle avventure altrettanto feroci quanto quelle dei Burgravi del Reno. Essi, almeno per l'anima, appartengono alla stessa razza; sono i vicari dei Cesari tedeschi; tengono il loro potere dallo stesso imperatore, Carlomagno, e nel fondo delle loro rocce conservano dei diplomi, più o meno apocrifi, che dicono firmati da lui. Hanno dei racconti strani e sublimi, misti di selvaggia empietà e di ingenua devozione. Da Federico Barbarossa, l'altro imperatore delle leggende, essi ebbero i loro stemmi sormontati dalle ramose corna dei cervi. Uno di loro, a caccia, sui fianchi dell'Appennino ha salvato Federico, afferrando per le corna ed atterrando un cervo di meravigliosa grandezza che stava per ucciderlo. Terribili riprovati pel misero popolo della vallata, lo colpiscono d'orrore e di spavento. Si narra che colui il quale per la prima volta fece scolpire sulla sua porta la testa di un cervo fu ucciso dall'architrave dove il temibile simbolo imperiale era stato figurato. Lungi dalla ridente pianura, sulle nereggianti vette, tutto è terrore. Un giorno Ugo di Toscana credette di vedere l'Inferno e i demoni in una grotta dove i carbonari della montagna avevano acceso del fuoco.
Lassù nacquero parecchi di quei violenti, di quegli uomini d'odio che hanno fornito a Dante le più spaventevoli figure dell'Inferno. Ruggiero Ubaldini, quei che fece morire Ugolino nella Torre della fame e di cui Ugolino rode il cranio coi denti nel XXXIII canto dell'Inferno, è il figlio di Ubaldino Ubaldini, il signore che atterrò il cervo. Ed eccone un altro nei roventi sepolcri dell'inferno dei violenti: è Ottavio Ubaldini il «Cardinale» per eccellenza, il più terribile nemico dei Fiorentini, di cui il Boccaccio, meno tragico ma non meno severo di Dante, narra che al Concistoro, dopo la sua morte, tutti i cardinali esclamarono: «mai più cardinali Ubaldini!»
I signori del Mugello avevano saputo ringiovanire e rinnovare la leggenda di sangue, lungo il XIV secolo con nuovi terrori e violenze che si succedevano le une alle altre. E i più recenti racconti per un giovane nato allora in quel paese, continuavano le triste impressioni delle antiche leggende.
È noto come i Fiorentini, al principio del XIV secolo, fossero riusciti a fiaccare la potenza della parte bianca che sembrava loro sospetta; e la storia ha conservato i nomi delle innocenti vittime di quella terribile convulsione. Dante, nel 1302, e il padre del Petrarca videro cominciare di là la lunga serie dei loro immeritati dolori. Bisogna però riconoscere che, per quanto atroci sieno state le repressioni, per quanto barbaro possa sembrarci l'uso continuo dell'esilio, i rigori non cadevano sempre su esseri dolci ed inoffensivi. Dante stesso lo sapeva, perché é nel Mugello, a S. Gaudenzio, in un castello dei conti Guidi, che andò a raggiungere dopo l'esilio, i congiurati bianchi e Ghibellini. E ben ci ricordiamo con qual disgusto presto li lasciò, rifugiandosi nella sua altiera solitudine e gettando la sua maledizione sulla «razza malvagia ed empia».
Gli esiliati si erano allora impadroniti dei passi della montagna, di questa strada del Nord che era il Mugello; e ci vorranno più di sessantanni ai Fiorentini per liberarsi interamente dalla stretta e resistere quasi ogni giorno ai nuovi tentativi dei loro instancabili avversari. E durante questo periodo ci saranno ad ogni istante violenze nuove contro i viaggiatori, i messaggeri, i commercianti della grande città.
Poiché questa crisi dei primi anni del XIV secolo fu un risveglio di potenza per i feudatari del Mugello. Gli Ubaldini hanno trecento castelli o piazzeforti; i Guidi altrettanto, e restano entrambi isolati come ai tempi del Barbarossa. Talvolta si crederebbero volentieri meno selvaggi, più accessibili alle commozioni dell'arte e della poesia. Dante ebbe per amico il signore di Romena, uno dei Guidi, e un altro, il conte di Battifolle, fu il corrispondente di Petrarca; anche gli Ubaldini hanno risentito qualche effetto dal calore del nuovo sole delle arti e ben conosciamo il loro meraviglioso castello di Lutiano. Ma sotto delle apparenze civili si nascondeva l'anima di partigiani feroci. Gli Ubaldini del XIV secolo sono degni dell'uccisore di cervi dell'imperatore Barbarossa. Se si vuole conoscere la dolcezza del modo di procedere d'uno dei Guidi, nel secolo del Petrarca e di santa Caterina, si legga nelle Cronache del tempo come, avendo ricevuto una lettera ufficiale dal comune di Firenze, fece ingoiare al messaggero, per manifestare il suo disprezzo, la pergamena e l'enorme sigillo di cera onde era munita.
A fianco di questi grandi feudatari sta la folla di quei signorotti altrettanto temibili, di quei baroncelli e conticelli dei quali il borghese Villani, guelfo, parla con tanto disprezzo. Anche oggi si scopre, quasi ad ogni passo sulle vette rocciose o ai passi dei torrenti, un cumulo di rovine, ultimi avanzi d'una rocca; e il nome dei Signori non ci è neppur conosciuto. Questi Signori, quali si fossero, e malgrado qualche momentaneo periodo di perdono e d'alleanza, non avevano altra politica che l'odio per Firenze, e di tender la mano a tutti i suoi nemici d'oltre Alpe. Se diamo un rapido sguardo alla storia del paese di Frate Angelico, nei cinquantanni che precedettero la sua nascita, non fermandoci che ai fatti principali, troviamo: la guerra nel 1340; una crudele sconfitta dei Fiorentini nel 1342; nel 1349 l'assassinio d'un amico del Petrarca, Mainardo Accursio, delitto così pateticamente narrato dal grande poeta, e che cagionò una guerra per vendicare la morte del buon cittadino, guerra inaudita nella quale si videro i soldati fiorentini dar la scalata alle più inaccessibili vette dell'Appennino.

L'anno 1351 é terribile: il Mugello preso e saccheggiato dai nemici di Firenze, le città in rovina, le messi distrutte; poi i Fiorentini vengono alla riscossa, riprendono il paese e per completare tanta ruina bruciano tutti i villaggi che i nemici avevano risparmiato. È questo l'anno dell'epico assedio di Scarperia, celebre fra i contemporanei quanto gli assedi famosi dell'Iliade e dell' Eneide. 
Un pericolo più temibile, un nemico ancora più spietato sorse nel 1358: tutta l'Europa é messa a ferro e a fuoco dalle grandi Compagnie. Gli abitanti si salvano con le donne e i fanciulli, nascondono sotto terra i raccolti.
La fiumana passa spezzando e distruggendo tutto, lasciando dietro di sè la miseria e la peste, il terribile flagello il cui nome si ripete come un ritornello in tutte le Cronache del tempo. Il Mugello vede nel 1358 le bande tedesche del conte di Landau; Vicchio é preso e saccheggiato, ma la Repubblica fiorentina riedifica le mura nel 1361. Una parte della popolazione muore di peste nel 1362 e finalmente nel 1364 la regione é infestata dalle bande inglesi di John Hawkwood, che gl' Italiani chiamano Acuto. Dopo questa data, il pericolo pare che diminuisca un po', sussistendo pur sempre. I Guidi e gli Ubaldini hanno avuto delle rudi lezioni; ogni momento la Repubblica muove loro la guerra, prende loro qualche castello, mane hanno sempre. Per vedere la fine degli Ubaldini bisogna giungere al 1373, quando cadde per tradimento il loro ultimo baluardo, la fortezza inespugnabile di Tirli. Quanto ai Guidi, mossi a miglior consiglio dalla caduta dei loro antichi alleati, accettano come tanti altri le seducenti offerte dei Fiorentini. Vendono la Gattaja, loro ultimo rifugio, i cui abitanti scendono a Vicchio per viverci pacificamente e riempire così i vuoti cagionati nella popolazione dalle guerre e dalle malattie. Ecco i ricordi, ecco le immagini del Mugello nel momento in cui Guidolino vi passa la sua  infanzia. Ma é questa l'ombra del quadro; vi é pure la luce. Le storie della Toscana per quanto triste siano, non possono esserlo interamente, perché risentono l'influsso dell'aria e della dolce natura della Toscana. Vi è una certa gaiezza, un certo incanto, una pace. Non sempre duravano la peste e la guerra; si rideva pure talvolta. In opposizione alle leggende feroci, leggiamo nei novellieri anche delle liete leggende sugli Ubaldini. In questo Mugello, che potrebbe paragonarsi ad una cittadella sempre presa e ripresa, vi sono pure dei campi e dei fiori. Vi sono dei Toscani, figli degli Etruschi, razza di mistici e d'osservatori, attenti alla natura, assetati d' ideale. E troviamo qua e là il nome di borghesi intelligenti, istruiti, giudiziosi: sono dei giureconsulti famosi nel XIII secolo Dino, nel XIV Forese di Rabatta, l'amico di Giotto; vi é Giotto stesso, e tutto questo mondo converge verso Firenze, già patria della cultura dello spirito e protettrice della pace. Il desiderio di pace sottomette facilmente il popolo delle campagne che ha bisogno di riposo, e dispone ad amare Firenze anche le anime religiose. Tutti i campagnuoli delle valli toscane vogliono vivere sotto il regno di Firenze, della grande Repubblica; sono Fiorentini e Guelfi e se ne vedono alcuni reclamare il potere del comune di Firenze contro il vescovo di questa città, loro signore feudale. Tutti i sentimenti guelfi, fiorentini e democratici trovano la loro più completa espressione in una famiglia di grandi proprietari del Mugello, i Medici. Essi sono già diventati fiorentini ed esercitano con successo l'arte della banca, già da qualche generazione mischiati alle lotte politiche e prendendovi fin dall'inizio una parte abile e fortunata di cittadini amici del popolo.

La loro situazione negli ultimi venti anni del XIV secolo é già considerevole; ma non sono ancora celebri. Non si sono ancora inventate per loro le genealogie favolose né l'avo Averardo, scudiero di Carlomagno. Ma sono famosi per lo meno nel loro natio Mugello, dove è la loro culla, S. Pietro a Sieve, e il loro vecchio castello di Schifanoja e le loro varie dimore. Sono, già da gran tempo, nel Mugello i campioni della grande Repubblica; comandano le truppe in tutte le guerre che più sopra abbiamo accennato. L'un d'essi é l'eroe epico del famoso assedio di Scarperia. Frate Angelico sarà il pittore preferito di Cosimo de' Medici. Egli conosceva fin dalla sua giovinezza la famiglia e la riveriva. Per il figlio del Mugello, Firenze, Vicchio, i Medici erano la patria, il partito buono, guelfo, della libertà, della pace; per la sua anima pia era nello stesso tempo quello della Chiesa, della Santa Sede, quello dunque di Cristo stesso. Non è inutile di raggruppare questi pensieri per giungere a comprendere lo stato di animo d' un fanciullo nato presso Vicchio negli ultimi anni del XIV secolo e che sta per diventare uno dei Santi di Firenze. Ma bisogna aggiungere ancora altre immagini. Nel suo umile paesello natio, aveva trovato la tradizione di pietà luminosa, che é quella dei devoti italiani del medio evo, tradizione in cui l'amore del Cristo, della Chiesa, dell'unione delle anime, della riforma dei costumi si collega all'elemosina, all'amore degli uomini, al desiderio della pace universale, alla contemplazione fedele e riconoscente d'una natura creata da Dio e maravigliosamente bella. Bisogna, per convincersene, meditare un istante sui ricordi religiosi del Mugello. È questo, come tutta la Toscana, un paese molto pio; tutti i ricordi dell'età media ci parlano colà d'incessanti pellegrinaggi, specialmente al Santuario di Sant'Agata al Comocchio, e a quel luogo popolare di devozione, l'altare di Maria Santissima al Borgo S. Lorenzo. Di più il Mugello ha i suoi santi, la cui memoria abbellita dalla leggenda é la più viva sorgente del pensiero religioso. Le leggende del Mugello hanno stretta relazione col ricordo della Roma apostolica, al tempo delle grandi persecuzioni. Vi si vedono passare i primi messaggeri dell'Evangelo nel paese come san Romolo, vescovo di Fiesole. Vi sono dei santi più speciali alla valle, come san Leolino, martirizzato nel terzo secolo sulle rive della Sieve. Vicinissimo a Vicchio, a meno di tre leghe, si venerava la memoria di Cresci, Enzio e Onnione, i santi martiri, venuti un tempo da Firenze per annunziare il Cristo agli abitanti della montagna, per molto tempo ribelli alla lor voce; da principio solo una vecchia contadina, Panfila, ricevette per loro mezzo la fede, poi suo figlio Gerbone, fanciullo dall'animo semplice. E questi umili annunziarono ai pastori della montagna, dopo il martirio dei tre santi, le loro virtù e i loro miracoli. 


Madonna di Borgo San Lorenzo, attribuito a Giotto


Oltre a questi si veneravano anche gl'illustri martiri della persecuzione romana. Il culto di san Lorenzo, patrono della valle e della città principale, patrono di parecchi dei Medici risaliva, a quanto si diceva, ad un'alta antichità. Si narrava che il gran dottore Ambrogio, vescovo di Milano, venuto a predicare la verità sino nel cuore dell'Appennino, avesse istituito nel Mugello il culto del diacono romano, martire dell'elemosina e della fede, bruciato sopra una graticola dalla fiamma ardente. Dopo l'età apostolica, vien l'età degli eremiti e dei monaci. Nel quinto secolo, alcuni pii solitari cercano un rifugio contro il mondo fra le foreste, i torrenti, le rocce, in fondo alle grotte più nascoste. Sono Gaudenzio e i suoi compagni, i quali vivono in quelle solitudini e vi muoiono, senza che si cancelli il ricordo delle loro virtù, e senza che nessuno sappia dove riposano i loro corpi. 
Sei secoli dopo, dei cacciatori, inseguendo un cinghiale in fondo a macchie inaccessibili, sono presi da un santo terrore scoprendo una luce che vaga sopra la terra, sulla tomba ignorata degli antichi eremiti. Il popolo affluisce al luogo del miracolo; accorre il vescovo di Fiesole e decide senza ritardo di fabbricare colà un'abbazia per alcuni monaci di Monte Cassino, e una bella chiesa simile a quella che ha costruita a Fiesole. È l'abbazia di S. Gaudenzio, la più famosa del Mugello, non era la badia di Buonsollazzo, edificata nell'XI secolo da Ugo marchese di Toscana, sul modello della celebre Abbadia di Firenze.
 


Abbazia di San Godenzo

La valle del Mugello, lo si vede, anche per la pietà riceveva sempre l'influenza di Firenze e di Fiesole. Aveva la sua parte di tutte le devozioni fiorentine: Razzuolo sopra Ronta, venerato luogo di preghiera situato su di un picco acuto al nord di Vicchio, eternava il ricordo di Giovanni Gualberto, del miracoloso penitente, al quale il Cristo aveva parlato il Venerdì Santo per imporgli la legge della pace e del perdono. La traccia di tutti i ricordi pietosi del medio evo la si ritrova nel Mugello: esso aveva visto passare nobili viaggiatori come san Tommaso Becket, perché serviva di strada per venire da Bologna a Roma; aveva servito di dimora alla grande contessa Matilde, amica e protettrice della Chiesa, ed essa sulle rive della Sieve, aveva firmata una carta, che ancora possediamo, a favore di una abbadia di monache. Nel XIII secolo conobbe i grandi maestri della riforma monastica. Quando Guidolino lasciò Vicchio per andarsene a Firenze, vedeva alla sua dritta la montagna sacra di Monte Senario imbalsamata dal ricordo di san Filippo Benizzi e dei suoi compagni, visitata ogni anno da migliaia di pellegrini.
Il Mugello era stato illuminato, come tutta la Toscana, dalla figura serafica di san Francesco d'Assisi. Di buon'ora si vide stabilirsi un convento di Francescani, la cui rinomanza è grande e che porta il bel nome agreste di Bosco dei Frati. È il convento ove visse lungamente san Bonaventura, di cui non bisogna dimenticare la tenera amicizia con san Tommaso d'Aquino. Si mostra ancora nel bosco il corniolo selvaggio ai cui rami, per semplicità, Bonaventura appendeva il cappello rosso che il papa gli aveva accordato. E se alcuno vuol ancora ricordare i contrasti strani di dolcezza e di violenza, di odio e di perdono, che appartengono al medio evo toscano, si vedrà che Gregorio X per venire a consacrare cardinale il monaco umile prese dimora presso il famoso e terribile «cardinale», di cui più sopra si é parlato, Ottaviano Ubaldini. Non so che alcun convento di Domenicani sia esistito in Mugello ai tempi in cui Frate Angelico vi passò la sua infanzia, ma si sa almeno che san Pietro di Verona aveva fondato nel XIII secolo un convento di Domenicane, della regola di sant'Agnese, a Borgo S. Lorenzo, e che i Domenicani di Mugello possedevano una Casa a Firenze.


Convento francescano Bosco ai Frati

Nonostante tanti ricordi pii, le anime cristiane erano turbate e velate di tristezza. Da tempo, tanto fra i monaci e nel clero, quanto fra il popolo cristiano, i momenti di disordine e di lassezza si alternano con grandi movimenti periodici di riforma e di penitenza. Si vedono i vecchi monasteri, come Buonsollazzo, cadere nella rilassatezza; il desiderio ardente, l'amore della riforma s'afffacciano a ogni momento. I santi sono nel dolore e tutti i loro sforzi non hanno per iscopo che di gridar misericordia. Il Mugello aveva avuto, al principio del secolo, il suo apostolo della penitenza, Giovanni da Vespignano, che tutti onoravano come un santo, e la cui voce si era spenta nel deserto. Man mano che si avanzava nel secolo, le virtù e la santità sembravano farsi più rare. Fu finalmente lo Scisma che tagliò in due la Chiesa del Cristo. Il bisogno di penitenza diventò sempre più imperioso nel popolo cristiano, fino a condurre ad una specie di santa follia. Volendo figurarsi le influenze che hanno potuto agire sull'anima del figlio del Mugello, dopo i ricordi che potè trovare dirò presso suo padre, i suoi amici, i suoi parenti, come non ricorderemmo quello spettacolo che gli fu dato di contemplare nel 1399, cioè il passaggio dei Penitenti Bianchi? È uno dei fatti più sorprendenti del medio evo ed ebbe una straordinaria influenza sulle anime. Non conosco un cronista che non abbia manifestato la sua ammirazione e quasi il suo stupore. L'asceta sant'Antonino ne parla negli stessi termini usati dal dolce filosofo Leonardo Bruni! La cosa, per l'uno e per l'altro, è meravigliosa, quasi incredibile; essi «non potrebbero crederla se non l'avessero veduta loro stessi». E infatti sembra appena possibile. Che cosa erano i Penitenti Bianchi? Non si sa: sono «folle di popolo d'ogni paese». Donde vengono? S'ignora: di Germania, forse; d'oltre Alpe certamente: ma cammin facendo hanno raccolto una tal massa di compagni che nazioni e lingue si confondono tra loro. Non sanno ciò che vogliono, nè dove vanno. « Camminano di buon passo - ci vien detto – verso le città più vicine». Arrivano, come le grandi Compagnie, all'improvviso e senza essere annunziati. Ma sono le grandi Compagnie della pace. Camminano con un incredibile ardore di devozione. Sono tutti coperti di lunghe tuniche di lino bianco, con bianchi cappucci, che coprono loro completamente la testa e non lasciano vedere che gli occhi. Essi gridano senza posa: Pace! o Misericordia! Tratto, tratto intonano in latino o in lingua volgare di quelle pie canzoni popolari che si chiamano laudi. Ma il loro canto preferito é lo Stabat Mater. Entrano ovunque, nessuna città resta loro chiusa; alcuni governi esitano; ma essi si decidono subito. Qualche spirito forte ne ride, ma, colpiti a lor volta, essi prendono l'abito bianco e seguono la straordinaria processione.
Ciò che è sorprendente è l'ordine perfetto che regna fra i Bianchi. Ricevono il nutrimento che ciascuno s'affretta a dar loro, non domandano nulla, non rubano nulla; nessun abuso fra essi né verso i popoli che attraversano, mai un disordine, né una rissa. Ed é questo appunto che sembrava inverosimile a Leonardo Bruni, nato e cresciuto fra gli odii politici del suo tempo. Cosa ancor più incredibile é questa: essi portavano la pace con loro. Tutte le città che visitavano, senza eccezione, erano in preda alle guerre di partito. Al loro avvicinarsi, si facevano fra i nemici «tacite tregue». Durante i due mesi che passarono in Toscana, «non si pensava più alla guerra - dice Bruni - belli nil cogitabatur». Dopo il loro passaggio solo vi si ripensò!
Il loro numero dovette essere considerevole, tenendo anche conto di possibili esagerazioni. Si dice che quarantamila Fiorentini seguirono, almeno qualche giorno, il corteo; non si parla che di «folle immense», di «popoli interi». E ciò che prova bene la loro moltitudine è la funesta conseguenza del loro passaggio. Questi innumerevoli innocenti erano partiti da città criminali e devastate, di carnai pieni di cadaveri, o li avevano attraversati, e sui loro passi città dopo città, borgo dopo borgo, e case dopo case, nasceva la peste nera. Come tacere parecchi fatti se vogliamo figurarci la formazione d' un'anima di contemplativo toscano a quell'epoca? I più avveduti e colti uomini ne sono maravigliati. Non erano affatto anime ingenue quelle dei Fiorentini del momento. Come mai il movimento dei Bianchi non avrebbe dovuto colpire maggiormente lo spirito dei semplici; e sopratutto quale entusiasmo non doveva eccitare presso i cristiani pii, laici o monaci che detesta vano lo Scisma e predicavano la riforma della Chiesa? È l'immagine perfetta dei pensieri fra i quali si formavano le anime religiose del tempo, amanti della luce, della gioia, dei canti, delle lodi, della carità e della pace, fra gli odii, le guerre, gli assedi fantastici a trombe e a grida, il sangue, la morte e la peste.

E poiché sappiamo che il gran corteo cantante dei Bianchi è sceso dall'alto dei colli dell'Appennino per svilupparsi lungo la Sieve, in fondo alla valle del Mugello, fermiamoci, immaginiamoci ora il fanciullo, di cui dobbiamo rappresentare l'anima, uscito dalle rudi mura della sua fortezza natale per assistere, stupefatto, all'incredibile spettacolo, e seguire con l'occhio dapprima e poi con l'anima, le bianche coorti che passavano gridando: Pace! Pace! e che discendevano verso Firenze.


La grande marcia per la Pace del 1399
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Bibliografia
Henry Cochin, Il beato Fra Giovanni Angelico da Fiesole, Roma, Desclee, 1907


 

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