15 Novembre 2017 · 818 Views

Giotto da Bondone

Giotto
Giotto da Bondone, forse diminutivo di Ambrogio o Angiolo (Vespignano, 1267 circa – Firenze, 8 gennaio 1337)
 
Nel bel Mugello, esiste tuttora un pittoresco villaggio, posto in cima ad una erta collina, di nome Vespignano.
Fu qui che nel 1276 nacque il rigeneratore della pittura italiana, il famoso Giotto. Il padre di Giotto si chiamava Bondone, ed era un povero contadino di quel luogo; tantoché appena il suo figlio ebbe pochi anni, lo mandò a pascere il gregge sulle verdi praterie della collina.
Il fanciullo, fortemente inclinato verso l'arte, si divertiva durante i lunghi ozii estivi, seduto all' ombra di qualche faggio, a disegnare le sue pecore, col carbone, sopra una lastra di pietra.
Avvenne che, un giorno, il
Cimabue, passando di lì a cavallo, si fermò a guardare il disegno del fanciullo, e veduto in lui così grande disposizione per l'arte, volle riportarlo seco a Firenze, per istruirlo nei principi del disegno. Tale è la versione che il Vasari ci dà del primo esordio di Giotto nell'arte.
Ma esiste un altro racconto, assai più grazioso e probabile, del modo in cui il giovinetto iniziò la sua carriera artistica; e questa, raccontata da uno dei primi commentatori di Dante, cioè da uno che visse nella prima metà del Trecento, può benissimo essere degna di fede.
A quanto pare, il padre di Giotto aveva impiegato il giovane figlio, a Firenze, presso un mercante di lana. Lo studio di
Cimabue trovavasi nei pressi della bottega, ed il piccolo Giotto ogni mattina recandosi al lavoro, si fermava sulla soglia dello studio del grande pittore, per vederlo dipingere in mezzo ai suoi scolari.
Stava lì immobile, estatico, assorto nella contemplazione di quelle belle Madonne su fondo oro, che vedeva animarsi sotto al pennello magico dell'artista; e si scordava di andare, come era suo dovere, al suo banco e perciò veniva spesso sgridato.
Alla fine, Gimabue veduta tanta passione per l'arte nel giovane Giotto, consigliò al padre Bondone «
di levare suo figlio dall' arte della lana e di porlo sotto la disciplina della pittura».
E così fu fatto, non senza però qualche difficoltà per parte del bravo Bondone che, da campagnolo semplice, avrebbe forse preferito che suo figlio seguitasse in quella via più pratica, a suo modo di vedere!
Perchè, bisogna sapere, che gli artefici dell' arte della lana formavano allora e più tardi, una corporazione assai onorata e ricca in Firenze; e, con il denaro guadagnato nella loro lucrosa industria, edificavano palazzi e perfino chiese (come quella del Santuario dell' Alvernia nel Casentino), ed ordinavano anche ai pittori e agli scultori opere d'arte per ornare altari e tabernacoli da essi venerati.
In ogni modo, la riluttanza del Bondone dovette cedere davanti alla vocazione irresistibile del giovane figlio; poiché il genio, come il mare, non si può confinare o sviare e, prima o dopo, rompe qualsiasi freno.
Giotto seppe così bene approfittare dell' insegnamento datogli che, in breve tempo, superò in abilità il suo maestro Gimabue; e diventato celebre, ricevè numerose commissioni di pitture in Firenze ed altrove.
La sua arte fu difatti assai apprezzata dai suoi contemporanei, ai quali parve una rivelazione; perchè, studiando continuamente dal vero egli seppe dar vita alle sue figure ed uscire affatto dalla convenzionale rigidezza bisantina.
A questa osservazione minuziosa della natura, Giotto unì uno spirito acuto ed un sottile senso di umorismo. A prova di ciò, si racconta che quando era ancora scolaro del Gimabue, essendo rimasto solo nello studio, ove stava​ un dipinto del Maestro quasi terminato, s'approfittava di quel momento per dipingere, sul naso di una delle figure, una mosca, con tanta naturalezza, che, tornato poi Gimabue al lavoro, egli si provò varie volte a scacciare l'insetto, credendo che fosse vero!

 

Ritratto di Giotto, anonimo del XVI secolo, Louvre

Dopo aver ornato alcune chiese di Firenze delle sue creazioni artistiche, così mirabili nel loro ingenuo verismo, Giotto si recò ad Assisi per dipingere nella Basilica di San Francesco la storia del gran santo, il ricordo veneratissimo del quale era ancora così fresco nella memoria degli uomini di quel tempo.
Era destino, infatti, che il Poverello d' Assisi e l'ordine Francescano da lui recentemente fondato, dovessero essere immortalati dai due più grandi genii del primo Rinascimento: da Giotto, nei suoi affreschi ad Assisi; e da Dante nel mirabile canto Decimoprimo del Paradiso.
L'Ordine Domenicano, più ricco, più antico e più dotto di quello Francescano, doveva essere celebrato da Taddeo Gaddi e Simone Martini nella
Cappella degli Spagnuoli a Firenze, nel loro grandioso affresco; ma fu dato a Giotto [in realtà fu Andrea di Bonaiuto (1365-1367) ad affrescare la Cappella], al poeta della Canzone della Povertà (1), all'amico intimo di Dante, di illustrare le glorie sublimi e modeste di quell'Ordine Francescano, basato sulle tre virtù evangeliche: la Povertà, l'Obbedienza e la Carità.
La Basilica di S. Francesco in Assisi è tutto un inno di gloria edificata dalla devozione dei fedeli, sopra la cripta o il santuario ove riposa il sacro corpo del santo; e consiste di due grandissime chiese, l'una sopraposta all'altra. Nella chiesa superiore, Giotto dipinse in una serie di affreschi la vita del dolce Cavaliere della Povertà; nella inferiore — la più antica ed interessante delle due — sulla volta ad arcate egli raffigurò in quattro affreschi allegorici, di forma triangolare, le tre virtù speciali al Santo ed all'Ordine da lui fondato : cioè la Povertà, l'Obbedienza,​ la Castità, ed in ultimo, come nota culminante e finale, dipinse S. Francesco in gloria, circondato da angeli adoranti.
Ma di tutti questi bellissimi affreschi, che, alla pallida luce che piove dalle antiche vetrate colorite, sembrano piuttosto visioni che dipinti, il più interessante è quello rappresentante le mistiche nozze di S. Francesco con Madonna Povertà.
La figura della Povertà è una giovane gracile e pallida, dalle vesti lacere e sbrindellate in fondo che lasciano scoperti i suoi piedi nudi, i quali posano sopra un rovaio di spine, per significare quanto sia pungente e dolorosa la miseria! Ma gli spini, al tocco benedetto della Povertà, si cambiano in fiori, in odorosi gigli e rose! Cristo stesso benedice l'anello degli sponsali, che, a Madonna Povertà, porge S. Francesco; il quale si presenta di profilo, nel suo abito monacale cinto alla vita dal grosso cordone a tre nodi, simbolo della penitenza. Intorno al gruppo centrale e principale, si affollano molti angeli ed alcune figure allegoriche; come per esempio quella di un giovane ricco che, come S. Martino, dà il suo manto ad un misero vecchierello; più in là dei fanciulli i quali per disprezzo, gettano dei sassi a Madonna Povertà; e, graziosa nota di verismo, un cane le abbaia rabbiosamente d'intorno !
Nell'affresco, non meno bello, della Castità, questa virtù è rappresentata da una giovane che prega a mani giunte, racchiusa in una torre alta e solitaria, custodita da due angeli, forse per significare come, a mantenere integra la purità, bisogna vivere ritirati dal mondo. Ma occorrerebbe un intiero volume, e non già un breve capitolo, per descrivere minuziosamente tutti questi dipinti interessanti, ispirati ad un' idealità così elevata, ad un sentimento insieme teologicamente dotto e graziosamente ingenuo.

 

Impaginazione delle Storie di San Francesco alla Basilica superiore di San Francesco d'Assisi​

Quest'opera fu il frutto fecondo del genio maturo di Giotto, ispirato forse da molti suoi colloqui spirituali con Dante. La fama di quel lavoro colossale si era intanto sparsa per l' Italia, e Giotto venne chiamato a Roma dal Papa Bonifazio VIII per dipingere in Vaticano. Quei suoi affreschi perirono poi nei successivi restauri di S. Pietro; ma rimane ancora nell'atrio della Basilica, sopra l'ingresso principale, la famosa «Navicella» eseguita sul disegno del Giotto in mosaico, che rappresenta il Cristo con i suoi Apostoli naviganti sul mare in barca simbolica della Chiesa Cattolica.
Giotto dipinse anche nella Chiesa di San Giovanni Luterano, ove esiste tuttora un interessante frammento di affresco che raffigura il Papa Bonifazio Vili, nelle sue vesti pontificali, il quale si affaccia ad una loggia per benedire il popolo.​

Giotto lavorò molto anche a Padova in varie chiese e principalmente nella Cappella degli Scrovegni costruita nel 1302 da Enrico Scrovegno e dedicata alla Vergine. Questa grandiosa
serie di affreschi, a detta di un critico «
è il monumento che il grande maestro fiorentino eresse a se stesso ed all'arte in Padova».
Su i muri di quella storica Cappella, Giotto raffigurò molti fatti dell' antico testamento e le storie della Madonna e di Cristo; e sotto a questa specie di arazzo pittoricobiblico, diviso in tre ordini, egli dipinse, in tanti quadri separati da pilastri, le ligure simboliche delle sette Virtù e dei sette Vizi Cardinali, mirabili per sentimento variato e per una perfezione tecnica ben rara in quel tempo.
Il genio potente e fecondo di Giotto ebbe bell'agio di prodigarsi in quest' opera grandiosa e di rivelarvi il suo carattere drammatico in alcune delle scene più tragiche, come, per esempio, la Crocifissione e la Pietà, che sono tra le più belle per la profondità del sentimento religioso cui sono ispirate.

 

Compianto sul Cristo morto - Cappella degli Scrovegni

Nelle figure delle Virtù e dei Vizi Cardinali, l'artista spiegò invece tutto quello spirito filosofico e teologico ch'egli doveva poi affermare negli affreschi allegorici della Basilica di S. Francesco in Assisi, già descritti. Giotto dipinse pure a Verona, a Ferrara, nell'antica Badia di Pomposa ed a Ravenna; quindi fece ritorno a Firenze e fu forse allora — ma ciò non è certo — eh' egli eseguì i meravigliosi affreschi di S. Croce, ove rappresentò la storia del serafico Poverello d'Assisi. Questi dipinti murali furono prezioso modello a molti pittori successivi, e possiamo anzi tracciare la loro influenza persino nell'opera di alcuni Quattrocentisti. Difatti la scena della morte di San Francesco, così piena di naturalezza e di sentimento, ispirò certamente ad altri il modo di trattare simile soggetto.
E qui è da notarsi come Giotto abbia spesso preso ad illustrare la vita di questo grande Santo, per il quale egli nutrì evidentemente, al pari del suo amico Dante, una profonda venerazione. Giotto aveva già immortalato nei famosi suoi dipinti della
Cappella del Bargello le fattezze allora giovanili del divino Poeta. Questo ritratto è prezioso perchè l'unico veramente probabile dell' autore della Divina Commedia, benché
si ritenga dall'odierna critica che l'affresco superstite sia successivo alla morte di Giotto, e perciò una riproduzione di antico ritratto e non già il vero ritratto autentico fatto dal grande maestro.
Dante vi è rappresentato vestito nel costume del tempo, con una specie di toga rossa ed un cappuccio dello stesso colore in capo, ricadente poi sulle spalle; sotto braccio egli tiene un libro, forse un codice, tipico del suo immortale poema, e porta in mano una melagrana, il mistico frutto simbolico; la sua fisionomia è dolce e pensosa, e sulla placida fronte le amarezze della vita ed i dolori dell'esilio non hanno ancora impresso le loro tragiche linee. Accanto a Dante stanno i suoi due coetanei Corso Donati e Brunetto Latini.
Un vecchio poeta del trecento, Antonio Pucci, che vide quel ritratto di Dante quando era ancora fresco e smagliante di colore, ne fece la descrizione nel suo Centiloquio coi seguenti versi, mediocri ma interessanti, perchè servono veramente ad autenticare il ritratto:​
"Questo che veste di color sanguigno
Posto seguente le nierite sante,
Dipinse Giotto in figura di Dante
Che di parole fé' sì belf ordigno.
Col braccio manco avinchia la scrittura
Perchè signoreggiò molte scienze ;
Perfetto di fatezze è pur dipinto
Gom' a sua vita fu di carne cinto."


Ritratto di Dante in un affresco di Giotto al Bargello

 
Questi pregevoli affreschi eseguiti da scolari di Giotto nella Cappella del Bargello, ove i poveri condannati a morte di quella tetra prigione udivano l'ultima messa prima di recarsi al supplizio, furono in seguito, da vandalica mano, e per alcuni secoli, ricoperti di uno strato di calce; ma resi alla luce, circa cinquant' anni or sono, appariscono ormai assai guastati e sbiaditi, quali pallide larve pittoriche.​

Si crede — ma è messo in dubbio da molti critici — che Giotto sia stato anche ad Avignone, ove la Corte Papale era allora trasferita. In ogni modo, pare certo che il Papa mandasse un suo gentiluomo ad invitare Giotto di recarsi ad Avignone e pregarlo intanto di inviargli qualche saggio della sua arte ormai così celebre. Quel cortigiano, ignaro forse del valore del grande artista, trasmise l'ordine di Sua Santità in modo
scortese ed imperioso. Perciò Giotto ferito nel suo orgoglio pensò vendicarsi, ed avendo subito capito che quell'ignorante non s'intendeva d'arte, prese un foglio bianco, vi disegnò sopra, in sua presenza, con un solo giro di pennello tinto di rosso, un circolo così perfetto che neppure col compasso lo avrebbe potuto far meglio!
Il cortigiano che forse si aspettava qualche grande disegno, rimase sorpreso e quasi scandalizzato di quel saggio da lui giudicato cosa assai meschina... Ma il Papa quando lo ebbe veduto, da uomo intendente
d'arte, fu di opinione ben diversa, e colmò Giotto di lodi, commettendogli lavoro. Da questa graziosa storiella, vera o falsa che sia, nacque il noto proverbio fiorentino che dice, parlando di un individuo un po' ottuso (come appunto quel messo papale) «
Tondo come l'O di Giotto!» Da ciò si rileva che il grande pittore era d'umore faceto e satirico ed amava spesso burlarsi della gente; n'è pure prova il seguente fatto raccontato dal Vasari. Un giorno si presentò in fretta alla bottega di Giotto un certo campagnuolo, assai semplice e goffo, il quale, posato sul banco un grande pezzo di legno, tagliato rozzamente a forma di scudo, disse: — Dio ti salvi, Maestro ! Io vorrei che tu mi dipingessi l'arme mia su questo scudo. — Poi, senza dir altro, se ne andò. Giotto rimase dapprima non solo sorpreso, ma quasi adirato da sì strano contegno; poi, presa la cosa dal suo lato umoristico, volle ridere un poco alle spalle di quel semplicione. A tal fine, dipinse sullo scudo di legno, tutti quegli oggetti che compongono l'armatura da cavaliere; cioè l'elmo, la gorgiera, i bracciali, la corazza, la spada, una lancia, etc. etc.
Tornato il villano alia bottega del Giotto, rimase alla sua volta molto sorpreso di vedere lo scudo dipinto in quel modo, e, punto contento, non volle pagare il lavoro... Allora Giotto, sdegnato, gli disse : — Tu devi essere proprio una gran bestia!... Come, vieni da me e mi dici : — dipingemi l'arme mia, — senza spiegarmi come sia fatta questa tua arme!... Che arme porti tu dunque? Chi furono gli antichi tuoi? Deh! non ti vergogni? Cominci prima a venire al mondo, che tu ragioni d'arme come se tu fossi il re di Baviera! Piglia su il tuo scudo e vattene! — (2). Il povero contadino non se lo fece ripetere, tanto era umiliato ed offeso; soltanto, invece di andare a casa, andò difilato dal giudice per intentare causa contro il pittore che, secondo lui, l'aveva insultato e... derubato... Ma quando la causa fu giudicata in tribunale, la vinse Giotto; perchè egli seppe, assai meglio del villano, esporre le proprie ragioni. E così come dice curiosamente il vecchio biografo: «Costui (il contadino) non misurandosi, fu misurato!»​. Giotto, come si vede, era di parlare franco; e non solo coi villani, ma anche coi sovrani.
Un giorno d' estate, mentre egli dipingeva nel palazzo reale di Napoli, nel Castello dell'Uovo, venne il re per vederlo lavorare ed, osservato che l'artista era molto sudato e stanco, gli disse : — Giotto se io fossi in te, ora che fa caldo, mi riposerei un po' dal dipingere!
E Giotto, sorridendo un poco ironicamente, rispose: — Anch'io certo, se io fossi voi, Maestà !
Risposta satirica ed arguta, che fa intendere quanto il gran pittore fosse nemico del riposo, e sapesse che non è stando seduto «in molli piume», come dice Dante, che si conquista la gloria; ma perseverando, invece, senza tregua, nel lavoro.
Giotto lasciò numerose belle opere e molti discepoli, fra i più celebri dei quali fu Taddeo Gaddi, il suo scolaro più intimo e prediletto. La vita di questo grande maestro della pittura italiana può servire d' esempio di operosità energica e di virtù civiche.
Dice in elogio suo il Vasari: «
fu studiosissimo, ed andò sempre nuove cose pensando; meritò d'esser chiamato discepolo della natura e non d'altri».
La sua vita fu come una giornata, che, incominciata tra grigie nebbie, termina in uno splendido tramonto; poiché egli morì ricco ed onorato nel 1336. Le sue ossa furono deposte in Santa Maria del Fiore, nel Duomo cioè di Firenze, non lungi dal bellissimo Campanile da lui stesso ideato, e che s'innalza come candido giglio marmoreo sull'azzurro del cielo — monumento immortale della, sublimità del pensiero umano.​

Bibliografia:

Evelyn Cavagna Sangiuliani di Gualdana, Antonio, conte, 1843-1913, Antichi pittori italiani, Editore A. Solmi, 1905

 

 

(1) Fu anche Poeta
(2) Vasari, vita di Giotto

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