Sù, muoviti

Mi chiamo come mi chiamano in casa, senza troppa cerimonia: “sù, muoviti”. 
Il nome vero lo usano quando c’è bisogno di farmi restare ferma, e io ferma ci sto poco. La mattina arriva prima del sole. Non è che mi sveglio: è il freddo che mi tira fuori dal sonno, e il pensiero che il fuoco, se muore, poi bisogna rincorrerlo come un animale scappato. 

Mi infilo il fazzoletto in testa, quello che tiene insieme i capelli e la testa, e faccio piano per non disturbare chi ancora respira pesante. Le assi del pavimento sanno dove metto i piedi, e scricchiolano lo stesso. 
Prima viene l’acqua. Sempre l’acqua. Poi la legna, o quel che resta: rami secchi, frasche, pezzi buoni per durare e pezzi cattivi per accendersi. Il fuoco è una bestia: se la nutri male ti punisce, se lo lasci solo ti tradisce. Io gli parlo senza parole, con la mano che lo protegge dalla corrente, con la cenere che spingo da una parte per far respirare la brace. Quando c’è farina, impasto. Quando non c’è abbastanza, la faccio bastare. 

Non è un trucco: è un’abitudine. Metto le mani nella massa e sento se è viva, se vuole ancora acqua, se chiede sale. Le dita sanno più della testa, a volte. E mentre impasto penso già a tutto il resto: il panno da rattoppare, la scodella da lavare, la minestra da far sembrare più piena. Qui le cose devono durare. Le camicie, i grembiuli, persino le parole. Non si spreca niente, nemmeno la pazienza. Il pane sul tavolo è un premio e una preoccupazione. 
Lo guardo e mi pare di sentire quanta fatica c’è dentro: il campo, il grano, le mani, il calore. Quando lo taglio, lo faccio come si taglia qualcosa di importante. Non è fame soltanto: è timore di domani. Oggi ho lavorato anche fuori, e la stanchezza mi è rimasta addosso come la polvere. La schiena è una corda tirata. Le mani sono ruvide, con piccole ferite che non ricordo nemmeno di aver fatto. 
In oliveto, quando si china la testa per ore, il mondo si riduce a terra, foglie, frutto, rete. Il resto sparisce. Poi ti rialzi e ti sembra di aver lasciato parte di te sotto l’albero. Le altre donne parlano poco, non per cattiveria: è che ogni parola pesa quanto un cesto. 
Qualcuna scherza, ma è un riso corto, come un fiammifero. 
Dicono che si guadagna. Io vedo passare il lavoro, vedo riempire i sacchi, vedo la giornata finire, e a volte il denaro è così piccolo che sembra uno scherzo cattivo. E altre volte non è nemmeno “mio”: è della casa, del debito, del pane da comprare, della stoffa che manca. 
È strano come si possa lavorare tanto e restare sempre sullo stesso punto. Rientrando, mi sono sentita come se portassi la rete ancora sulle spalle. Ma qui dentro non c’è modo di appoggiarla: la rete diventa pentola, cucchiaio, ago, straccio. Mi siedo un momento al tavolo e la lampada mi fa un cerchio di luce sulle mani. Mi piace guardarle nella fiamma: sembrano più giovani di me, come se il calore le perdonasse. 
Rammendo un bordo consumato, tiro il filo, faccio un nodo che non deve cedere. Un nodo ben fatto vale più di tante promesse. Nel camino il fuoco si muove e mi tiene compagnia. Ogni tanto lo sento crepitare e penso che almeno lui, se lo curo, risponde. 
Fuori il buio è spesso. Dentro si sente il respiro di chi dorme. Io resto ancora un po’, perché la sera è l’unico momento in cui posso stare zitta senza che qualcuno mi chiami. Eppure, quando tutto tace, mi viene un pensiero che non dico a nessuno: che la mia vita è fatta di cose piccole, sì, ma sono io che le tengo insieme. Se io non mi alzo, se io non impasto, se io non rattoppo, la casa si sfilaccia come una stoffa vecchia. 
Questa forza non la scrive nessuno, non la conta nessuno, ma esiste. La sento qui, nelle mani. Spengo la lampada con attenzione, come si spegne una cosa preziosa. Prima di coricarmi guardo il pane un’ultima volta. 
Domani sarà meno, ma domani ci sarò anch’io. 
E finché ci sono, qualcosa, in qualche modo, si farà.

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