Le raccoglitrici d’olive: braccia indispensabili, vita dura.
Dalle nostre campagne giunge, ogni autunno, lo stesso spettacolo operoso e severo: l’oliveto animato da file di donne chine, silenziose, tenaci, che raccolgono il frutto minuto dal quale dipende una delle principali ricchezze della terra toscana. Chi, passando, scambiasse la scena per un quadro pittoresco, farebbe torto alla verità. Qui non v’è ornamento: v’è lavoro, e lavoro che pesa sul corpo e sul destino.
La giornata comincia di buon mattino, quando l’aria è ancora pungente e l’umidità si posa sulle vesti. Si stendono reti e teli, si fruga tra i rami e tra le foglie, si riempiono cesti che, a poco a poco, divengono un fardello. La schiena resta piegata per ore; le mani s’irritano e s’induriscono; le ginocchia, nel continuo alzarsi e chinarsi, paiono perdere ogni clemenza. E non si creda che la fatica sia solo nel raccogliere: il trasporto, su viottoli scoscesi e terreni sconnessi, è parte non meno dura dell’opera. Ogni cesto sollevato è un debito che il corpo paga più tardi, con dolori che si fanno abitudine.
L’abbigliamento dice, prima ancora delle parole, la condizione di queste lavoratrici. Un fazzoletto stretto sul capo, non per vezzo ma per riparo; un grembiule spesso, consumato agli orli, utile a difendere la gonna e a proteggere il ventre dagli urti dei rami; panni rammendati più volte, perché qui nulla si getta se ancora regge. Le scarpe, quando vi sono, sono robuste e stanche; quando mancano, il piede soffre e tace. È una povertà ordinata, pratica, senza ostentazione: la povertà di chi deve far durare tutto, anche sé stessa.
Quanto al compenso, esso raramente risponde alla misura della fatica. Nelle terre a mezzadria, la donna lavora come parte della famiglia e spesso il suo sforzo si perde nel computo generale, come se fosse un dovere naturale e non un’opera che produce. Dove invece si lavora a giornata, il denaro è modesto e, più ancora, incerto: si è chiamate quando occorre, e si resta a casa quando vi sono troppe braccia o quando il tempo sconsiglia. Così la paga, già scarsa, deve bastare contro mille necessità: il pane, la legna, un panno, una medicina. E spesso non basta.
Ma ciò che più colpisce l’osservatore attento è la condizione della donna, che non termina con l’uscita dall’oliveto. Terminata la raccolta, comincia l’altra fatica: il fuoco da mantenere, la minestra da preparare, l’acqua da portare, i bambini da accudire, i panni da lavare e ricucire. La giornata ha due facce e nessuna è leggera. E nelle case dove le gravidanze sono frequenti e ravvicinate, la prova diviene più aspra: si lavora finché si può, e talvolta finché non si dovrebbe. Il riposo, necessario a chiunque, qui è considerato un lusso.
La salute, in tali condizioni, è cosa fragile. Un taglio che s’infetta, una febbre presa nell’umido, una tosse che non passa: malanni che altrove si curano, qui si sopportano. E quando una donna non può più alzarsi per andare ai campi, non perde soltanto vigore: perde il mezzo stesso della sussistenza. La malattia, per i poveri, non è solo dolore: è rovina.
Pure, in mezzo a tanta durezza, non manca la perizia. Queste donne conoscono l’olivo, i suoi tempi e i suoi capricci; sanno come raccogliere senza guastare, come muoversi tra le piante per non disperdere energia, come lavorare in compagnia per sostenersi a vicenda. È un sapere antico, non scritto, che regge l’economia rurale più di quanto non si voglia ammettere.
Ecco dunque la verità da riferire senza abbellimenti: la Toscana produce olio, e l’olio fa ricchezza; ma molte di quelle che lo rendono possibile vivono con poco, vestono di panni poveri e consumano la vita in una fatica che raramente viene misurata con giustizia. Se l’oliveto risplende, è anche per il lavoro di queste raccoglitrici; e sarebbe opera civile riconoscerne la condizione, prima che la consuetudine la renda invisibile.
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