Alceo Dossena

Il Falsario Geniale che ingannò il mondo dell'arte.

Alceo Dossena nacque a Cremona nel 1878. Fin da giovane dimostrò un'abilità eccezionale nella scultura, capace di lavorare il marmo e altri materiali con una maestria degna dei grandi maestri del passato. Tuttavia, nonostante il suo talento, faticava a trovare un riconoscimento nel panorama artistico ufficiale dell'epoca. Le sue opere originali non ricevevano l'attenzione sperata, e ciò lo spinse verso un percorso che avrebbe cambiato per sempre la sua vita e il mondo dell'arte. La svolta avvenne grazie alla collaborazione con alcuni mercanti d'arte, tra cui Alfredo Fasoli (1). Dossena iniziò a creare sculture che imitavano gli stili di epoche passate, come il Rinascimento italiano e il periodo greco-romano. Inizialmente, probabilmente, le sue intenzioni non erano quelle di ingannare, ma i suoi agenti videro subito l'opportunità di vendere queste opere come autentici capolavori antichi.

Tra gli stili che replicava c'erano quelli di artisti celebri come Giovanni Pisano, Simone Martini e Donatello. Le opere venivano vendute a prezzi esorbitanti, ma Dossena riceveva solo una piccola parte del ricavato, mentre i mercanti guadagnavano enormi somme di denaro. Cosa spinse Dossena a proseguire in questa strada? Probabilmente una combinazione di frustrazione e soddisfazione. Da un lato, il mondo dell'arte non gli aveva dato il riconoscimento che sentiva di meritare; dall'altro, vedere le sue opere apprezzate e acquistate come autentici tesori antichi gli offriva una forma di rivincita. La sua abilità era finalmente ammirata, anche se sotto falsa identità. Dossena era un artista vero e proprio, non un semplice copiatore. Le sue sculture non erano copie dirette di opere esistenti, ma creazioni originali che sembravano provenire da epoche passate. Questo richiedeva non solo una conoscenza profonda delle tecniche artistiche, ma anche una straordinaria sensibilità nel riprodurre patine, texture e dettagli che ingannassero l'occhio dei più esperti conoscitori.

La situazione arrivò a un punto di rottura nel 1928, quando Dossena scoprì che molte delle sue opere erano state vendute come autentiche, e i suoi agenti avevano trattenuto gran parte del guadagno. Decise quindi di smascherare l'inganno, rivelando pubblicamente che quelle sculture tanto celebrate nei musei di tutto il mondo erano sue creazioni. Questa confessione scatenò un enorme scandalo nel mondo dell'arte: opere attribuite a grandi maestri del passato si rivelarono essere falsi creati nel laboratorio di Dossena. L'artista, tuttavia, riuscì a difendersi legalmente, sostenendo di non essere stato consapevole del fatto che le sue opere venissero vendute come antiche. Il tribunale gli diede ragione, e Dossena riuscì a ottenere un risarcimento economico, ma la sua carriera come falsario era ormai finita.
Nonostante lo scandalo, la storia di Alceo Dossena rimane affascinante. Dopo la rivelazione, alcuni critici iniziarono a riconoscere la sua incredibile abilità tecnica e creativa, vedendo in lui non solo un falsario, ma un vero artista. Tuttavia, il danno era fatto: molte delle sue opere, una volta smascherate, persero tutto il loro valore commerciale, e Dossena morì a Roma nel 1937 in condizioni modeste.

Lo scandalo fiorentino:

Le opere di Alceo Dossena furono strettamente legate a Firenze, un epicentro del commercio antiquario del primo Novecento, grazie all'influenza di mercanti come Elia Volpi. Quest'ultimo era uno degli antiquari più rispettati e riuscì a vendere diverse sculture di Dossena, presentandole come autentiche opere rinascimentali.




Tra gli esempi più noti vi è la "Vergine Annunciata", acquistata negli anni '20 da Helen Clay Frick, figlia del magnate Henry Clay Frick. Questa scultura fu venduta come un capolavoro di Simone Martini, nonostante quest'ultimo fosse noto esclusivamente per la pittura e non per la scultura. La vendita avvenne tramite Volpi, che convinse i compratori dell'autenticità dell'opera, sfruttando la sua solida reputazione e la richiesta crescente di opere d'arte antiche da parte dei collezionisti americani.
In realtà, la "Vergine Annunciata" era una creazione contemporanea di Dossena, abilmente scolpita per imitare lo stile gotico-rinascimentale. La sua abilità nel replicare i dettagli e le tecniche antiche rendeva le sue opere quasi indistinguibili dagli originali, e questo facilitava l'inganno. 
Firenze, con la sua storia e il suo fascino per l'arte, rappresentava un terreno fertile per la vendita di queste opere, anche grazie all'attività intensa e strategica dei mercanti come Alfredo Fasoli e Alfredo Pallesi, che spesso inventavano storie e leggende per giustificare la provenienza delle sculture. Ad esempio, dichiaravano che alcune delle opere di Dossena erano state rinvenute in abbazie inesistenti nei dintorni del Monte Amiata, aggiungendo un'aura di mistero e autenticità alle sculture. Il Palazzo Davanzati fu un altro elemento chiave di questa rete di vendita. Restaurato da Elia Volpi e trasformato in una sorta di casa-museo che celebrava lo stile di vita rinascimentale fiorentino, divenne un importante centro culturale e commerciale. Volpi utilizzava il Palazzo come base operativa per le sue vendite e, tra gli anni '20 e '30, commercializzò molte delle opere di Dossena, spacciandole per autentici pezzi del passato. Quando lo scandalo scoppiò nel 1928, si scoprì che diverse di queste sculture erano falsi creati da Dossena, portando alla luce uno dei più grandi inganni artistici del secolo. Dopo che la verità venne a galla, Volpi cercò di proteggere la sua reputazione e risarcì alcuni clienti truffati, dichiarando di essere stato anch'egli una vittima inconsapevole del raggiro. Questo evento segnò un punto di svolta per il Palazzo Davanzati, che nel 1951 venne acquistato dallo Stato Italiano e trasformato in un museo pubblico, cessando di essere un centro del commercio antiquario privato.
In conclusione, la storia di Alceo Dossena e delle sue opere false vendute a Firenze mostra non solo il talento del falsario, ma anche l'abilità dei mercanti dell'epoca nel costruire storie convincenti per ingannare acquirenti e critici. Questi episodi rivelano quanto il desiderio di possedere "pezzi autentici" del Rinascimento italiano potesse essere sfruttato abilmente, trasformando la città di Firenze in un crocevia di inganni e capolavori fittizi.

1) Alfredo Fasoli fu un mercante d'arte italiano che giocò un ruolo cruciale nella carriera di Alceo Dossena, il celebre scultore e falsario. Fasoli, insieme ad altri agenti, commissionò a Dossena la creazione di opere scultoree che imitavano stili antichi, tra cui quelli del Rinascimento e dell'epoca classica. Sebbene Dossena creasse queste opere come riproduzioni artistiche, Fasoli le vendette come autentici pezzi d'antiquariato, attribuendole a maestri del passato come Donatello o Mino da Fiesole. Fasoli riuscì a ingannare numerosi collezionisti e musei internazionali, tra cui il Museo di Belle Arti di Boston, ottenendo enormi profitti, mentre Dossena riceveva compensi minimi. Questa collaborazione terminò nel 1928, quando Dossena scoprì l'inganno e decise di denunciare pubblicamente il raggiro, rivelando che le opere vendute come autentici capolavori erano in realtà sue creazioni. La denuncia di Dossena portò Fasoli a un processo, e lo scandalo sconvolse il mondo dell'arte, costringendo i musei a rivalutare molte delle opere che avevano acquisito.

Bibliografia
- Cellini, Giuseppe, Alceo Dossena, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, 1992.
- Horak, Marco, Alceo Dossena fra mito e realtà: vita e opera di un genio, Piacenza, 2016.
- Ferrari, Romano, Sotto false sembianze: l'avventura artistica di un genio, Il seme bianco, 2020.

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