Hermann Hesse al Boboli

Il Giardino di Boboli secondo Hermann Hesse
1901.
"Nonostante i miei sforzi per godere appieno del soggiorno a Firenze, non rimpiango affatto i pomeriggi trascorsi a camminare e fantasticare nel Giardino di Boboli. Delle visite alle chiese più famose o delle tante città attraversate in fretta, conservo ricordi vaghi e sfumati. Ma le ore trascorse a Boboli spero di non dimenticarle mai.

Chi vuole davvero assaporarne l’atmosfera dovrebbe evitare i pomeriggi domenicali, quando i viali e le panchine brulicano di turisti. Boboli va vissuto immerso nel suo silenzio verde, meglio ancora nella quiete assolata del primo pomeriggio. Solo allora riesce a restituire l’immagine di quei giardini aristocratici italiani – come quelli romani – che i versi sognanti di Eichendorff ci hanno reso così familiari: viali ombrosi che si snodano tra cespugli sempreverdi, fontane fresche e statue bianche che appaiono tra le fronde.
In quelle ore, è impossibile non immaginare giovani nobili in abiti del Cinquecento che giocano a palla sui prati, o gentildonne che conversano sulle panchine, accompagnate da innamorati in abiti eleganti.

Spesso, sdraiato su una panchina o sul prato, tra anemoni e narcisi variopinti, inseguivo con lo sguardo assente le nuvole bianche che fluttuavano nel cielo limpido, sopra le chiome scure dei cipressi. Nella mia fantasia passeggiavano il duca Cosimo I, primo proprietario del parco, o gli artisti che ne curarono la sistemazione: il Tribolo, e l’adorabile Giovanni da Bologna. Anche se potevo apparire ridicolo, non avevo vergogna di lasciarmi andare all’estasi per una bellezza passata, capace ancora di comunicarmi una felicità strana e profonda.

Giravo il giardino in cerca degli scorci più suggestivi. Da certi punti si scorgono il Duomo e il Campanile, incorniciati da lauri e cipressi, oppure si intravede Fiesole, dorata dal sole, oltre le ombre dei cespugli: una visione quieta e sognante, sotto il cielo terso.
A parte l’incontro col mare, fu proprio a Boboli che provai per la prima volta l’incantesimo del Sud. E sì, i monti della Germania meridionale e della Svizzera sono più verdi, più ricchi, più selvaggi. Me ne accorsi davvero solo tornando nella mia amata Foresta Nera. Ma il paesaggio del Sud esercitava su di me un fascino irresistibile: colline d’ulivi e frutteti dai toni grigioverdi, macchie bianche di case coloniche adagiate lungo i pendii, accompagnate da fedeli ciuffi di cipressi. Tutto esaltato da un’aria limpida, trasparente, e da un sole forte e deciso.
A Firenze, a tutto questo si aggiungono la bellezza del fiume tortuoso, i prati primaverili, i fiori chiari dei peri e quelli rosa degli albicocchi che ricoprono i colli. Anche se la vita fiorentina di oggi ha ben poco a che vedere con l’epoca d’oro della Toscana, ancora oggi si ritrovano quei paesaggi dolci e luminosi che appaiono nelle opere del Ghirlandaio e del giovane Raffaello.

Ricordo con particolare affetto un piccolo stagno, abitato da branchi di pesci rossi. Nessun altro, a parte un pittore svizzero, sembrava entusiasmarsi come me per quei pesciolini agili, che guizzavano tra i riflessi delle nuvole sull’acqua verde. Alcuni avevano una striscia dorata sul dorso che brillava al sole, e i più belli erano tra i più piccoli. Osservarli era uno spettacolo straordinario: vederli attraversare rapidi lo stagno, muoversi in gruppo, inseguire una briciola di pane... era una gioia vera, tanto quanto quella provata davanti a certi capolavori artistici.




Trovavo buffi quei turisti che, seguendo ossessivamente la loro guida Baedeker, passavano da una città all’altra senza concedersi nemmeno un quarto d’ora di pausa: niente passeggiate leggere, nessuna visita a una cappella modesta, nessun gioco con gli scoiattoli. E sì, perché anche gli scoiattoli mi tenevano compagnia nei giardini, con la loro agilità e curiosità verso l’uomo. Non ero venuto a Firenze per giocare con loro, certo. Ma dovevo forse rinunciare a quella gioia semplice e genuina?
Devo ammettere che, accanto alle emozioni suscitate dai grandi capolavori, nessuna esperienza mi ha dato tanta felicità quanto quei momenti innocenti vissuti con nuvole, alberi, bambini e animali. Forse, in quei momenti svagati, ho davvero colto qualcosa del senso profondo di un viaggio. Molto più di tanti turisti con il biglietto aperto in tasca".

Tratto da:
Hermann Hesse, Camminare ; Prato : Piano B, 2015 ; Collezione · Elementi ; Traduzione di Marco Licata · [ISBN] 978-88-99271-51-0 · Classificazione Dewey · 838.91203 (21.) Scritti miscellanei tedeschi. 1900-1945. Diari, ricordi, taccuini.

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