20 Aprile 2019 · 908 Views

Il Vecchio Centro secondo Jarro

Gli abitanti del Ghetto di Firenze
«vi brulica la marmaglia, la bordaglia, la schiuma, il marame della popolazione, insieme accozzato»




Jarro fotografato da Mario Nunes Vais alla Capponcina nel 1906

 
Il suo libro "Firenze sotterranea" pubblicato nel 1881 fu una denuncia delle misere condizioni della zona del Mercato Vecchio di Firenze. Dallo scalpore che ne seguì vennero i provvedimenti di demolizione attuati dal 1885 al 1895. In quel periodo girava voce che lo scrittore era stato pagato dall'amministrazione pubblica e forse anche dai grandi "palazzinari" del tempo per convincere l'opinione pubblica ad accettare l'abbattimento del Vecchio Mercato. Se leggerete questo libro troverete, nascosto fra le righe, una esaltazione dei potenti dell'epoca, esempio su tutti il sindaco Torrigiani, tratteggiato quasi come un santo e dedito al benessere dei suoi cittadini. Peccato per lui che la storia ne fa un altro ritratto.

Le figure da 1 - 4 sono prese dal libro in questione. 

 


Fig. 1

Tratto da:
Jarro, Firenze sotterranea: appunti, ricordi, descrizioni, bozzetti, Firenze, Le Monnier, 1885

[...] Questo è il nostro amore per il popolo! Ci è una classe miserrima, malata, senza beneficio d’istruzione e di educazione. Ci pensate voi? No, perchè vi pare argomento troppo spicciolo.
Nel Ghetto di Firenze avete comportato si raccogliessero a poco a poco tre o quattrocento furfanti. Molti hanno tocco la galera, quasi tutti la prigione. Si sono veduti uomini e donne uscir dagli ergastoli, rintanarsi là, far proseliti, metter su scuole di borsaiuoli: si sono vedute famiglie buone, incontaminate, cedere al contagio e piangere al primo figliuolo sviato, poi a poco a poco abbandonarsi al delitto. E chi è andato in cerca di queste anime che si perdevano? Nessuno. Chi è entrato là de’ filantropi, che acciuffano croci, e propine, a emendare, correggere, confortare gli sciagurati?


 


Fig. 2

Eppure in quel Ghetto sono accadute orribili cose: e non si spiega come proprio nell’umbilico della città, abbiate potuto lasciar formarsi un luogo di tante brutture e unirsi tanti malvagi.
Tre o quattrocento bricconi, usciti da luoghi di pena, che han sostenuto tutti gran numero di condanne, stanno accasati a due passi dall’Arcivescovado, dal Duomo, dalle strade più signorili della città.
Il tanfo, il fetore, ogni maniera di sudiciume, stanze, che servono di camere e in un di latrina a dieci e quindici persone, tutto vi si riscontra che può da un momento all’altro mettere in pericolo la pubblica salute.
Uomini, donne, bambini, cani, stanno ammontonati gli uni sugli altri: cani irsuti, coperti di sanie e d’insetti ve n’ha a diecine per que’ corridori fetenti, accoccolati per que’ pavimenti fracidi, per quelle buche mezzo diroccate. Una volta c’era una vecchiarda, detta la canaìa, che in certe ore del giorno accoglieva più di trenta di quelle sozze bestie intorno a sè.


 


Fig. 3

Tali cose parrebber già quasi sogno in uno dei più biechi e sconci sobborghi di Costantinopoli.
Ventine di ladri entrarono nel Ghetto, o pigliando possesso di qualche bugigattolo abbandonato o per starsene di continuo in brigata con gli amici; amicizie contratte nelle prigioni, da cui portano e ricevono le ambasciate, quando uno di loro finisce di scontare la pena e torna al raddotto.

Anche qui sono stamberghe, nelle quali si trovano quindici, venti luridi pagliericci: per un soldo, due soldi, il pregiudicato, il ladro matricolato, il manutengolo ci va a dormire. E anche qui dormono tutti insieme: uno accanto all’altro, uomini e donne, e si spogliano, si vestono gli uni al cospetto degli altri.
Nella quiete in cui mi leggete immaginate gli orizzonti, le varietà e scabrosità di paesaggi, che si debbono scuoprire!
Non basta: i furfanti hanno nel Ghetto i loro luoghi di delizie: le loro stazioni di Capua: laide e turpissime fornici, da non capire come il vizio possa avere illecebre in condizioni sì disgustevoli!...


 


Fig. 4

Entrai una notte in uno di questi braghi dove diguazza l’umana viltà. Figuratevi due o tre soffitte, una che immette nell’altra, con nere vòlte tanto basse, da potervi stare appena in piedi un uomo di statura più che mezzana nel punto ove sono più alte. Dai lati piegano sempre più verso il pavimento, coperto di sozzure: è mestieri andare curvati. Vi erano tre animali, coperti di stracci immondi, animali, che scorgemmo, dopo attento esame, esser donne.
Vicino ad esse, accoccolati su una rozza panca, tre uomini, dal ceffo feroce: i loro amanti! Uno, che ha commesso vari omicidi, espulso fin dalla Francia per reati di sangue, e due ladri! L’omicida era lì di contrabbando: in tali ore egli non parte. Per ogni nuovo personaggio, che entra in scena, ricevono venticinque centesimi!... Venticinque centesimi, e spesso più di venticinque pugni, colpi di coltello o di bastone, poiché si trova anche chi vuol rubare la triste mercede di quelle donne infami e affamate!
Ecco sino a che punto arriva l’essere, che si vuol abbia nella mente e nel sembiante un raggio di luce divina e porti in sé uno spiro immortale! [...]


 

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