I tabernacoli di Firenze

Il museo gratuito che veglia sulle strade. Approfittate di questa possibilità, il degrado di molti tabernacoli potrebbe portare alla loro scomparsa.
Firenze possiede un museo senza biglietteria, sale espositive o orari di chiusura. Le sue opere si incontrano agli angoli delle strade, sopra le porte, sulle facciate delle abitazioni e lungo gli antichi percorsi cittadini. Sono i tabernacoli di Firenze, piccole architetture sacre che custodiscono affreschi, tavole dipinte, sculture e terrecotte invetriate. Molti passanti li sfiorano senza notarli. Eppure queste edicole raccontano la città con una precisione che i grandi monumenti non sempre possono offrire: registrano epidemie, devozioni familiari, rivalità tra quartieri, attività artigianali, trasformazioni urbanistiche e percorsi destinati ai condannati a morte. Un censimento compiuto nel secondo dopoguerra ne contò oltre mille tra Firenze e il territorio circostante. Non si tratta di un numero assoluto: alcune opere sono scomparse, altre sono state trasferite nei musei, sostituite da copie o ricomposte lontano dal luogo originario. Rimane comunque uno dei patrimoni artistici diffusi più estesi e meno conosciuti della città.
Il termine tabernacolo indica, in questo contesto, una nicchia o una piccola struttura architettonica destinata ad accogliere un’immagine religiosa. A Firenze queste edicole possono essere molto semplici, ricavate direttamente nell’intonaco, oppure assumere l’aspetto di veri altari monumentali, con colonne, timpani, mensole, lampade, inginocchiatoi e cassette per le offerte.

La loro collocazione non era casuale. Molti si trovavano sui canti, come i fiorentini chiamavano gli angoli delle strade: punti visibili da più direzioni, adatti a proteggere simbolicamente un incrocio e a trasformarlo in uno spazio riconoscibile. Altri segnavano l’ingresso di un ospedale, la sede di una corporazione, il confine di un rione o una strada percorsa da pellegrini e viaggiatori.
Il tabernacolo non era quindi soltanto un’opera da contemplare. Era parte della vita quotidiana e veniva percepito come una presenza familiare, legata all’identità del luogo.
La consuetudine di collocare immagini protettive lungo le strade e presso le abitazioni possiede precedenti nell’età romana. A Firenze, tuttavia, il fenomeno assunse una forma urbana riconoscibile soprattutto nel XIII secolo, quando si moltiplicarono le immagini mariane collocate sulle facciate e agli incroci. La diffusione viene collegata anche alla predicazione del domenicano Pietro da Verona, presente a Firenze attorno alla metà del Duecento. Le immagini sacre servivano a manifestare pubblicamente l’adesione all’ortodossia religiosa in una fase segnata da conflitti dottrinali e politici. La Repubblica e autorità ecclesiastiche consideravano favorevolmente questa devozione visibile, perché contribuiva a orientare e controllare la vita religiosa dei cittadini.

Sarebbe però riduttivo interpretare i tabernacoli soltanto come strumenti imposti dall’alto. Nel corso dei secoli furono adottati dalle comunità locali, che li decorarono, illuminarono e trasformarono in punti di incontro. La loro storia nacque dall’intreccio tra istituzioni, fede popolare e bisogno di riconoscersi in un’immagine comune.
Quando la città non possedeva ancora un sistema regolare di illuminazione, le lampade accese davanti alle immagini sacre rendevano meno buie alcune strade. Famiglie, confraternite e corporazioni che esercitavano il patronato su un tabernacolo erano tenute a mantenerlo decoroso e a rifornire d’olio le sue lanterne. Le lampade avevano dunque una doppia funzione. Esprimevano devozione, ma offrivano anche un servizio concreto: indicavano un angolo, segnalavano un edificio e riducevano l’oscurità attorno agli incroci più frequentati.
Il Tabernacolo delle Cinque Lampade, all’angolo tra via Ricasoli e via de’ Pucci, conserva ancora la memoria di questo sistema. Sotto le immagini si trova una fessura per le offerte destinate all’acquisto dell’olio. Le grandi lampade sospese davanti all’edicola non costituiscono un semplice ornamento: testimoniano una forma di gestione collettiva dello spazio cittadino. L’immagine quattrocentesca è attribuita a Cosimo Rosselli, pittore attivo anche nella Cappella Sistina. 
Nelle fasi di contagio, riunirsi negli ambienti chiusi delle chiese aumentava il rischio di trasmissione delle malattie. Alcuni tabernacoli vennero quindi dotati di una mensa d’altare, così che le celebrazioni potessero svolgersi all’aperto. Le fonti ricordano questo uso già in relazione alla peste del 1348. Queste strutture sono note come tabernacoli a mensa. Non erano cappelle nel senso tradizionale, ma potevano accogliere una liturgia, una preghiera collettiva o una commemorazione. In alcuni casi vennero progressivamente ampliate fino ad assumere l’aspetto di piccoli oratori. Il rapporto tra epidemie e immagini pubbliche continuò a lungo. Santi come Rocco e Sebastiano, invocati contro la peste, compaiono in numerose composizioni. In via Guelfa, all’angolo con via Panicale, Giovanni da San Giovanni dipinse una Sacra Famiglia con san Giovannino e san Rocco, probabilmente come ex voto dopo l’epidemia del 1630-1633; sull’architrave compare la data 1632.
Dal Quattrocento in avanti, la committenza dei tabernacoli coinvolse le Arti cittadine, le confraternite, i conventi, gli ospedali, i mercanti e le famiglie più influenti. Per questi soggetti un’immagine stradale era una dichiarazione di fede, ma anche un segno di presenza politica e sociale. Cornici, stemmi e iscrizioni permettono ancora oggi di riconoscere chi avesse finanziato l’opera. Un emblema poteva rimandare a una corporazione professionale; una stampella indicava l’Ospedale di Santa Maria Nuova; una cittadella rossa identificava una compagnia rionale. I tabernacoli erano pertanto anche una forma di comunicazione pubblica. In una società in cui gran parte della popolazione non leggeva con facilità, figure, colori e insegne rendevano immediatamente comprensibile l’appartenenza di un luogo.
Tra i più spettacolari si trova il Tabernacolo delle Fonticine, in via Nazionale all’incrocio con via dell’Ariento. Fu realizzato nel 1522 da Giovanni della Robbia per il cosiddetto Reame di Beliemme, una delle brigate popolari che organizzavano feste e rappresentazioni nei rioni cittadini. La composizione in terracotta invetriata raffigura la Madonna in trono con il Bambino, san Giovannino e quattro santi. Al di sopra compaiono Dio Padre, lo Spirito Santo e angeli adoranti. La ricca cornice floreale mostra l’evoluzione della tecnica robbiana verso una policromia vivace e fortemente decorativa. Il nome deriva dagli zampilli che sgorgano dalle bocche di piccole teste angeliche collocate nel basamento e confluiscono nella vasca sottostante. Il tabernacolo univa quindi immagine sacra, fontana pubblica e monumento rionale. La sua posizione attuale non è quella originaria. Si trovava nella vicina via Santa Caterina d’Alessandria e venne smontato e ricollocato lungo il muro dell’ex convento di Fuligno durante gli interventi ottocenteschi che modificarono via Nazionale.
Il Tabernacolo di Santa Maria della Tromba, oggi collocato sul Palagio dell’Arte della Lana, proviene dall’antica zona del Mercato Vecchio, trasformata radicalmente alla fine dell’Ottocento per realizzare l’attuale piazza della Repubblica. Il nome derivava dai trombettieri della Repubblica fiorentina, che avevano sede nelle vicinanze. Il nucleo principale comprende una tavola attribuita a Jacopo del Casentino, con la Madonna in trono, il Bambino, santi e angeli, sormontata da una lunetta attribuita a Niccolò di Pietro Gerini. Quando il vecchio centro venne demolito, molte edicole furono distrutte, smembrate o trasferite a qualche privato. Santa Maria della Tromba si salvò, ma perse il contesto nel quale era stata concepita. La sua vicenda è un documento materiale dello sventramento cittadino: racconta contemporaneamente ciò che Firenze ha conservato e ciò che ha cancellato.
Alcune edicole segnavano il percorso seguito dai condannati a morte dalle carceri fino al luogo dell’esecuzione, presso Porta alla Croce, nell’attuale piazza Beccaria. Erano tappe di una dolorosa processione urbana, durante la quale confraternite e religiosi assistevano il prigioniero. Il Tabernacolo dei Malcontenti, all’angolo tra via de’ Malcontenti e via delle Casine, conserva una Madonna col Bambino attribuita a Niccolò Gerini. Era addossato all’ospedale di Sant’Onofrio, detto anche dei Tintori, dove venivano curate alcune malattie frequenti tra gli addetti alla lavorazione dei tessuti. La presenza di una mensa permetteva inoltre di celebrare funzioni all’aperto. Poco distante, il Tabernacolo delle Stinche ricorda l’antico carcere che occupava l’area dell’attuale Teatro Verdi. Giovanni da San Giovanni vi rappresentò il benefattore Girolamo Novelli mentre pagava il riscatto di un detenuto, trasformando l’edicola in un’immagine pubblica della misericordia e della liberazione.  A borgo la Croce un’altra composizione, dipinta da Giuseppe Moriani nel 1717, invitava chi stava per essere giustiziato a rivolgere lo sguardo a Cristo e alla Vergine. Queste opere appartenevano a una geografia della pena oggi quasi completamente scomparsa, ma ancora leggibile seguendo le immagini sulle facciate.
La strada è un ambiente severo per un’opera d’arte. Umidità, infiltrazioni, polveri, traffico, vibrazioni e irraggiamento solare deteriorano intonaci e superfici dipinte. A questi fattori si aggiungono vandalismi, lavori edilizi e cambiamenti nell’assetto urbano. Già in passato le autorità tentarono di proteggere le immagini più importanti. Le soluzioni adottate furono diverse: tettoie, vetri, trasferimenti, distacchi degli affreschi e sostituzioni con copie. Ogni intervento ha però modificato, almeno in parte, l’aspetto del tabernacolo. Non sempre si è conservato l’insieme originario. Cornici, lampade, mensole e inginocchiatoi sono stati talvolta separati dalle immagini e ricomposti arbitrariamente. La tutela moderna cerca invece di considerare l’edicola come un sistema unitario, nel quale pittura, architettura, illuminazione e rapporto con la strada possiedono la stessa importanza. Il portale Art Bonus segnala ancora diversi tabernacoli bisognosi di pulitura, consolidamento e protezione. La fruizione è gratuita perché le opere si trovano nello spazio pubblico, ma proprio questa accessibilità le espone a rischi che un museo tradizionale può controllare più facilmente. 

Per osservare i tabernacoli bisogna modificare il modo in cui si cammina. Non occorre guardare soltanto davanti a sé: molte edicole si trovano sopra il livello degli occhi, sulle cantonate o tra il primo e il secondo piano degli edifici. Un percorso nel centro può iniziare dal Tabernacolo delle Fonticine, proseguire verso le Cinque Lampade e raggiungere Santa Maria della Tromba. Da qui si può attraversare il settore di Santa Croce, osservando le Stinche, i Malcontenti e Sant’Ambrogio. In Oltrarno la concentrazione è particolarmente ricca. Tra piazza San Felice, via del Campuccio, piazza del Carmine, piazza Piattellina e via del Leone si incontrano immagini di epoche e qualità differenti, alcune legate a pestilenze, altre a famiglie e confraternite locali. Un progetto dedicato al turismo culturale sostenibile ha inoltre selezionato trentasette edicole, organizzandole in cinque percorsi e dotandole di targhe digitali con codici QR. Il progetto non costituisce un censimento completo, ma offre uno strumento utile per avvicinarsi a questo patrimonio senza separarlo dalle strade nelle quali è nato.
I grandi musei fiorentini mostrano opere sottratte al tempo e protette in ambienti controllati. I tabernacoli conservano invece le tracce del loro rapporto con la vita reale: superfici consunte, lampade, iscrizioni, offerte, spostamenti e restauri. Osservarli significa ricostruire una Firenze fatta non soltanto di principi, architetti e collezionisti, ma anche di tintori, fornaciai, infermieri, prigionieri, commercianti e abitanti dei rioni. Ogni edicola è un punto d’incontro tra storia dell’arte e storia sociale. Il loro valore non dipende soltanto dall’autore. Accanto alle opere di Giottino, Cosimo Rosselli e Giovanni della Robbia sopravvivono immagini anonime, copie recenti e piccole Madonne di quartiere. Insieme formano una collezione che nessun edificio potrebbe contenere: un museo diffuso, gratuito e inseparabile dalla città.

Breve bibliografia
- Piero Bargellini, Cento tabernacoli a Firenze, Firenze, Banca Toscana, 1971.
- Ennio Guarnieri, Le strade di Firenze. I tabernacoli. Le nuove strade, Firenze, Bonechi, 1987.
- Arte, storia e devozione. Tabernacoli da conservare, Firenze, Centro Di, 1991.
- Valentina E. Genovese, Madonne all’angolo. Tabernacoli fiorentini tra patrimonio, segnaletica e devozione, in «Rivista di storia e letteratura religiosa», Firenze, Olschki, 2013.
- Claudio Paolini, I Friends of Florence per il tabernacolo di Sant’Ambrogio e per il quartiere di Santa Croce.

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