La chiesa di Santa Maria in Campo

La chiesa di Santa Maria in Campo

 

Appena entri in via del Proconsolo da piazza Duomo, noterai sulla sinistra la piazza di Santa Maria in Campo, dove si erge una piccola e suggestiva chiesa omonima. Questa cappella ha radici che si perdono nell'XI secolo, quando si trovava fuori dalle mura cittadine, proprio dove oggi passa via del Proconsolo. Il nome della chiesa, secondo una leggenda, sarebbe legato a un'immagine della Vergine trovata in un campo vicino e conservata ancora oggi all'interno.

Nel 2014, durante dei lavori di ristrutturazione nella Chiesa di Santa Maria in Campo, sono stati scoperti resti di ossa umane. Questi frammenti, alcuni decine in totale, giacevano a circa 30 centimetri di profondità sotto il pavimento della piazza, vicino alla chiesa stessa. Gli esperti ritengono che questi resti siano legati a sepolture della chiesa, risalenti a un periodo che va dall'XI al XIX secolo.

Una caratteristica insolita di questa chiesa è che, nonostante si trovi a pochi passi dal centro della diocesi di Firenze, non rientra nella giurisdizione vescovile fiorentina, ma è sotto quella fiesolana. Questo fatto curioso è il risultato di antiche rivalità tra le due diocesi per ottenere la supremazia l'una sull'altra. Si narra che il culmine di questa lotta avvenne nel 1220, quando il vescovo di Fiesole cedette ai fiorentini alcune terre della sua diocesi, scatenando l'ira di potenti famiglie fiorentine che cercarono di recuperare ciò che avevano perso. Alla fine, grazie all'intervento di papa Gregorio IX, fu raggiunto un accordo che prevedeva la cessione della chiesa di Santa Maria da parte di Firenze.

In realtà, c'è un altro motivo per cui la chiesa di Santa Maria in Campo rientra nella diocesi di Fiesole. Le diocesi nel Medioevo possedevano vaste terre, e durante le sedi vacanti, molte famiglie cercavano di ottenere benefici o far eleggere un loro parente vescovo. Nel caso specifico, le tensioni tra le due diocesi erano così forti che il vescovo di Fiesole decise di trasferire la sede vescovile a Figline Valdarno. I fiorentini, scoprendo il suo piano, catturarono il vescovo e decisero di farlo vivere in città, sotto il loro controllo. Per garantire che il vescovo di Fiesole potesse ancora svolgere i suoi compiti liturgici, fu concesso l'uso della chiesa di Santa Maria. Da quel momento, i fiorentini cominciarono a chiamare in modo dispregiativo il patriarca Fiesolano "Vescovino".
 

La chiesa di Santa Maria in Campo
Chiesa di Santa Maria in Campo
Madonna col Bambino di Francesco Curradi

 

Chiesa di Santa Maria in Campo, in Via del Proconsolo a Firenze, nascosta dal gradino dell'altare, contenente le ceneri di San Giulio, che Urbano VIII nel 1643 regalò a Lorenzo Della Robbia, vescovo di Fiesole
Chiesa di Santa Maria in Campo, nascosta dal gradino dell'altare, contenente le ceneri di San Giulio, che Urbano VIII nel 1643 regalò a Lorenzo Della Robbia, vescovo di Fiesole

Verso la fine del trecento i parrocchiani e il vescovo furono vittime di uno scherzo, l'accaduto è riportato da Franco Sacchetti nel suo Trecentonovelle. Novella CC detta “Le campane di Santa Maria in Campo” che riportiamo in versione integrale qui sotto:

 Certi gioveni di notte legano i piedi di una orsa alle fune delle campane di una chiesa, la qual tirando, le campane suonano, e la gente trae credendo sia fuoco.
La precedente novella fu con danno e con le beffe; questa che seguita, fu d’una nuova beffa, quanto mai fosse alcuna, e con poco danno altrui; la quale sta in questa forma. Certi Fiorentini erano a cena in una casa di Firenze, la quale era non molto a lungi dal palagio del Podestà; ed essendo tra loro in quel luogo entrata una orsa, la quale era del Podestà ed era molto domestica, andando questa piú volte sotto la mensa a loro, disse uno di loro:

- Vogliàn noi fare un bel fatto? quando noi abbiamo cenato, conduciamo quest’orsa a Santa Maria in Campo, dove il vescovo di Fiesole tien ragione (ché sapete che non vi s’incatenaccia mai la porta) e leghiànli le zampe dinanzi, l’una a una campana, e l’altra a un’altra, e poi ce ne vegniamo; e vedrete barili andare.
Dicono gli altri:
- Deh, facciànlo.
Era del mese di novembre, che si cena di notte; essendo in concordia, danno di mano all’orsa, e per forza la conducono nel detto luogo; ed entrati nella chiesa, si avviano verso le funi delle campane, e preso l’uno di loro l’una zampa e l’altro l’altra, le legorono alle dette campane, e subito danno volta, andandosene ratti quanto poterono. L’orsa sentendosi cosí legata, tirando e tempestando per sciogliersi, le campane cominciano a sonare sanza niuna misura. Il prete e ’l cherico si destano, cominciano a smemorare:
- Che vuol dir quello? chi suona quelle campane?
Di fuori si comincia a gridare:
- Al fuoco, al fuoco.
La Badía comincia a sonare, perché l’Arte della lana è presso a quel luogo. I lanaiuoli e ogni altra gente si levano e cominciano a trarre:
- Dov’è dov’è?
In questo il prete ha mandato il cherico con una candela benedetta accesa, per paura che non fosse la mala cosa, a sapere chi suona. Il cherico ne va là con un passo innanzi e due a drieto e co’ capelli tutti arricciati per la paura; e accostandosi al fatto, si fa il segno della santa croce; e credendo che sia il demonio, il volgersi, e ’l fuggire e ’l gridare: in manus tuas, domine , è tutt’uno. Giugnendo con questo romore al prete, che non sapea dove si fosse, dice:
–    Oimè! padre mio, che ’l diavolo è nella chiesa, e suona quelle campane.
Dice il prete:
- Come il diavolo? truova dell’acqua benedetta.
Truova e ritruova, non ebbe ardire d’entrare nella chiesa, ma d’un buon galoppo per la porta del chiostro se n’uscí fuori, e ’l cherico drietogli. E giugnendo, molta gente trovò che cominciava a chiamare il prete, dicendo:
- Dov’è il fuoco?

E giugnendo fuori, essendo domandato: «Dov’è questo fuoco, prete?» appena potea rispondere, perché avea il battito della morte. Pur con una boce affinita e affiocata, dice:
- Io non so di fuoco alcuna cosa, né chi suona queste campane; costui v’è ito (e dice del cherico) a sapere chi le suona; par che dica che gli pare la mala cosa.
- Come la mala cosa? - rispondono molti; - reca qua i lumi; abbiàn noi paura di mali visi? chi ha paura si fugga.
E avviandosi in là cosí al barlume, e veggendo la bestia, non scorgendo bene quello che si fosse, la maggior parte si tornano indietro, gridando:
- Alle guagnele, che dice il vero!
Altri piú sicuri s’accostano e veggendo quello ch’è, gridano:
- Venite qua, brigata, ch’ell’è un’orsa.
Corrono là molti, e ’l prete e ’l cherico ancora; e veggendo questa orsa cosí legata, e tirare e nabissarsi con la boce, ciascuno comincia a ridere:
- Che vuol dir questo?
E non era però niuno che ardisse di scioglierla, e tuttavia le campane sonavono, e tutto il mondo era tratto.
In fine certi che conosceano l’orsa del Podestà essere mansueta, s’accostorono a lei e sciolsonla; avvisandosi i piú che qualche nuovi pesci avessono fatto questo per far trarre tutti e’ Fiorentini. E tornatisi a casa, piú dí ragionorono di questo caso, e ciascuno dicea chi serebbe stato. I piú rispondeano:
- Dillo a me e io il dirò a te.
Alcuni diceano:
- Chiunque fu, fece molto bene; ché sempre sta quella porta aperta, che non ispenderebbe né ’l vescovo né il prete un picciolo per mettervi uno chiavistello.
E cosí terminò questa novella; e quelli che l’aveano fatto, erano in un letto e scoppiavono
delle risa, essendosi fatti piú volte alle finestre con gridare con le piú alte voci che aveano: «Al fuoco, al fuoco »; e quanta piú gente traea, piú ne godevano; domandando piú che gli altri in quelli di che volle dir quello, per avere diletto di chi rispondea loro.
E per ciò si dice: «Li nuovi uomeni, le nuove cose». Costoro vollono o immaginoronsi di vedere la gente armata che trae al fuoco; ché per certo chi vi pon ben mente come compariscono, e, la è cosa d’avere diletto, a vedere le nuove cappelline, le nuove cuffie e le nuove cianfarde che recano, sanza le nuove chiocciole e’ nuovi gabbani, i nuovi tabarroni, e le antiche arme; sí che appena si conoscono insieme, sguarguatando l’uno insino in sul viso all’altro, prima che si conoscano. Ma piú nuova cosa è a vedere l’usanza e l’avarizia de’ cherici, che tutte le chiese e le loro case lasciano andare a ruina prima che vogliano fare una piccola spesa. Cosí, per misertà d’un chiavistello di cinque soldi, stava la porta di questa chiesa aperta: ché molto meritava piú il vescovo e ’l prete che quelli che legarono quest’orsa alle funi delle campane, l’avessono loro legata a’ coglioni.


Notizie sulle fabbriche di Firenze non terminate di Luigi Biadi Fiorentino, nella stamperia Bonducciana, 1824, Firenze.
[...] La fondazione di questa Chiesa, secondo alcuni Scrittori, rimonta al principio del Cristianesimo: A mente di altri si riconosce dalla. magnificenza di Carlo Magno, e si ravvisa per una delle 36. antiche Parrocchie. Per altro la più vera opinione, concordata dallo Istorioo Stefano Rosselli, sembra quella che circa all’ anno 1000. i Fiorentini edificassero in una linea parallela al primo cerchio della Città dalla parte d'oriente, la Chiesa detta - S. Maria in Campo - , titolo che si trasse dalla Immagine ritrovata neglii scavi, allorquando la Fabbrica si incominciava.
Dopochè il Tempio per non brevi anni era stato presieduto da un Parroco, passò in Prebenda a Guglielmo Folchi Vescovo di Fiesole, ed in ultimo il Pontefice Gregorio IX: nel 1228: ne fece dono a Ildebrando parimente Vescovo Fiesolano, e suoi Successori in perpetuo, onde renderlo amico dei Fiorentini, che lo aveano maltrattato. Nè qui si arrestarono le facoltà accordate dal Papa a quel Sacro Pastore, mentre fra le molte, gli permesse di tenere in Firenze
la Curia, e la Residenza.
Più volte la fabbrica subì delle innovazioni, ed in specie fu estesa nel 1356, mercè le elemosine dal Cappellano Guido raccolte. Alla seconda Cappella minore a sinistra veneravasi nel Tempio la vergine della Natività di Maria, che dicesi aver dato il nome alla Chiesa, posta o da Angelo, o da Francesco Da Diacetto amendue Vescovi Fiesolani: Essendo questa alquanto guastata, ne venne fatta ed ivi sovrapposta fedelissima copia.[...]

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