Giovanni di Bicci

Il Banco Medici a Firenze: come Giovanni di Bicci costruì una fortuna.
 

Il 1397 non fu l'anno in cui Giovanni di Bicci de' Medici cominciò a occuparsi di denaro. Fu l'anno in cui trasferì a Firenze il centro di un'attività già avviata a Roma e diede una struttura più ampia alla propria impresa. La nuova sede sorse vicino a Orsanmichele, tra via Porta Rossa e via dell'Arte della Lana, in una zona frequentata da mercanti, cambiatori e uomini d'affari. Da quel banco sarebbero passati capitali, informazioni e rapporti personali destinati a incidere anche sulla politica fiorentina.  
Giovanni non apparteneva al ramo più ricco della famiglia. Nato nel 1360, aveva ereditato soltanto una parte del modesto patrimonio paterno, diviso fra cinque fratelli. La sua formazione avvenne presso Vieri di Cambio de' Medici, parente alla guida di una compagnia attiva nel commercio e nel credito internazionale. Insieme al fratello Francesco, Giovanni imparò a gestire operazioni che collegavano piazze lontane. Nel 1385 dirigeva già il banco romano di Vieri, incaricato di seguire gli affari della curia pontificia.  
Quello stesso anno sposò Piccarda Bueri, la cui dote di 1.500 fiorini contribuì al suo ingresso nella società. Quando Vieri si ritirò dagli affari, nel 1393, Giovanni rilevò le attività e le passività della filiale romana e continuò a operare con soci propri. Il trasferimento a Firenze, quattro anni dopo, non segnò quindi una partenza da zero: permise di dirigere dalla città d'origine una rete commerciale e finanziaria costruita attraverso l'esperienza romana.  
La compagnia fiorentina nacque con un capitale di circa 10.000 fiorini, conferito da Giovanni e dai suoi soci, fra i quali Benedetto di Lippaccio Bardi. Il Banco Medici raccoglieva depositi, concedeva credito e utilizzava le lettere di cambio per regolare pagamenti fra città e mercati diversi, riducendo la necessità di trasportare monete. Il denaro poteva così circolare insieme alle merci, sostenendo commerci e investimenti. Nel 1402 l'impresa disponeva già di filiali a Venezia e Napoli, quest'ultima legata alla sede romana, che continuava a costituire il suo centro di affari più redditizio. Negli anni successivi gli interessi familiari si estesero anche alla produzione dei tessuti, con due botteghe manifatturiere affidate ai figli di Giovanni.  
Il vantaggio decisivo proveniva dai rapporti con la Chiesa. La curia aveva bisogno di trasferire fondi, incassare entrate, sostenere spese diplomatiche e finanziare iniziative politiche e militari; servivano perciò banchieri capaci di anticipare somme importanti e farle arrivare dove occorrevano. Giovanni aveva costruito relazioni personali con Baldassarre Cossa, che nel 1410 assunse il nome di Giovanni XXIII durante lo Scisma d'Occidente. Attraverso quel rapporto, i Medici divennero fra i principali finanziatori del pontefice e parteciparono alle operazioni della Camera apostolica.  
Essere vicini alla curia significava tuttavia dipendere da equilibri instabili. Quando Giovanni XXIII fu deposto dal concilio di Costanza nel 1415, la compagnia vide ridursi alcuni dei vantaggi acquisiti. Giovanni continuò a sostenerlo anche dopo la caduta: nel 1419 inviò un suo rappresentante a Norimberga per impegnarsi al pagamento di 30.000 fiorini necessari a ottenerne la liberazione. Intanto la concorrenza degli Alberti e degli Spini rendeva tutt'altro che scontata la supremazia dei Medici. La svolta arrivò nel 1420, con il fallimento del banco degli Spini; nel 1422 Bartolomeo Bardi, legato alla compagnia medicea, ottenne l'incarico di depositario della Camera apostolica.  
I risultati economici mostrano quanto fosse cresciuta l'impresa. Tra il 1397 e il 1420 gli utili complessivi furono di 151.820 fiorini, dei quali 113.865 spettarono a Giovanni. Sono cifre rilevanti, ma raccontano soltanto una parte della sua forza. Disporre di capitali significava anche poter offrire credito, garantire pagamenti e stringere legami duraturi con persone influenti, dentro e fuori Firenze. Nel 1420, dopo la morte del socio Benedetto Bardi, la compagnia fu riorganizzata a nome dei figli Cosimo e Lorenzo, mentre Giovanni conservò un ruolo di orientamento. Nel periodo 1420-1435 gli utili raggiunsero altri 186.382 fiorini: un risultato maturato ormai anche sotto la loro direzione.  
La fortuna bancaria si accompagnò a un'ascesa nelle istituzioni repubblicane. Giovanni ricoprì incarichi pubblici, partecipò a missioni diplomatiche e nel 1421 divenne gonfaloniere di giustizia, la più alta magistratura cittadina. Non impose apertamente il dominio della sua famiglia, ma consolidò relazioni e consensi in una Firenze governata da equilibri complessi. Anche la sua prudenza politica fu una risorsa: gli permise di accrescere l'influenza personale senza trasformare immediatamente il successo economico in uno scontro con gli Albizzi. La questione del catasto del 1427 mostrò quanto fosse delicata questa posizione. Giovanni, fra i cittadini maggiormente tassati, nutriva riserve verso il nuovo sistema fiscale, ma evitò di compromettere il consenso di cui godeva con un'opposizione pubblica troppo netta.  
La ricchezza accumulata lasciò anche un'impronta concreta sulla città. Giovanni contribuì al finanziamento dell'ampliamento di San Lorenzo e assunse il patronato della Sagrestia Vecchia e di una cappella adiacente, affidate a Filippo Brunelleschi. Non fu lui a ideare la ricostruzione dell'intera chiesa, già promossa dal priore Matteo Dolfini; il suo intervento diede però ai Medici uno spazio religioso e funerario di grande rilievo. Quando morì, nel febbraio 1429, la sagrestia era ormai compiuta e divenne il luogo della sua sepoltura accanto alla moglie Piccarda.  
Il potere della famiglia Medici non nacque dunque da un'unica operazione fortunata. Prese forma nell'intreccio fra il banco, le relazioni con Roma, la presenza nelle magistrature fiorentine e la capacità di trasformare il patrimonio privato in prestigio pubblico. Cosimo il Vecchio ereditò non soltanto un'impresa redditizia, ma una rete di rapporti già capace di pesare sulle decisioni della Repubblica.

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