23 Settembre 2019 · 3948 Views

Callisto Grandi, l'ammazzabambini

Callisto detto Carlino
l'Ammazzabambini
 
"Se ero pazzo non dovevo essere messo in carcere ma in un manicomio; se non lo ero, come risultavo dal processo, sarei dovuto essere rilasciato dopo aver espiato la pena."
 



Callisto o Carlino Grandi, l'Ammazzabambini
 
Tratto da STUDIO MEDICO-LEGALE dei Periti F. BINI, C. LIVI ed E. MORSELLI.

 
"Correndo gli anni 1873 e 1875, i giornali toscani ebbero più volte ad occuparsi di avvenimenti strani e terribili; tanto più strani e terribili, quanto più erano uniformi in tutte le loro circostanze, e funestavano tutti il piccolo borgo dell'Incisa del Valdarno.
Bambini dell'età di 3 a 9 anni scomparivano d'improvviso, quasi sotto gli occhi dei poveri genitori, e nel bel mezzo del paese, senza che riuscisse mai alla indagatrice giustizia e alla trepida sollecitudine di quei borghigiani, rintracciare l'autore. Era infatti il 18 Marzo 1873, la vigilia di S. Giuseppe, quando di pieno giorno, e precisamente circa le 11 antimeridiano, spariva quasi di sotto gli occhi materni il fanciullo Luigi Bonechi di anni 3 e mesi 6, figlio del muratore Anacleto e della Assunta Bonechi. La scomparsa di questo fanciullo era tanto più strana, inquantochè la madre lo aveva lasciato appena un quarto d'ora prima; e questo breve istante era bastato perchè sparisse ogni traccia di lui. Le ricerche più minute e pazienti, continuate per lungo tempo dai poveri genitori, aiutati da altre persone caritatevoli del paese, ne' dintorni, e specialmente lungo le rive dell'Arno, non erano riuscite a niente. E appunto la circostanza che il fiume scorre rasente alla borgata, largo, profondo e ricco di acque, specialmente nella stagione dello scioglimento delle nevi e delle pioggie, indusse il sospetto, per ispiegare la scomparsa dell' infelice bambino, che egli avesse trovato la morte nell' acque allora alte del fiume, sulla sponda del quale è costume noti lodevole di quei paesani di lasciare vagare i loro fanciulli. Con tale interpretazione venne quel fatto luttuoso riferito da parecchi giornali politici di quei giorni. Ma una sventura, identica alla prima in tutte le sue circostanze, coglieva circa due anni dopo, cioè il 2 Febbraio 1875, gli infelici coniugi Degl'Innocenti, cui d'improvviso veniva a mancare il bambino Arturo, di anni 3 e mesi 10. Anche di questa sparizione fu data colpa ai gorghi profondi del fiume, sebbene fosse già nato sospetto di qualche altra disavventura, non essendosi trovate traccie della povera creaturina, ad onta delle lunghe ricerche fatte dai genitori a dai paesani lungo le sponde dell'Arno. E questi sospetti vennero e farsi tanto più gravi e tremendi, e dettero poi luogo a mille nuove voci e dicerie, in quel disgraziato borgo dell' Incisa, quando poi nell' estate del 1875 altri fanciulli, maggiori di età e di statura dei precedenti, vennero a un tratto, come i primi, a sparire. Era il 21 Agosto 1875 giorno festivo, in quelle ore calde meridiane, in cui i paesani ritirati nelle case si trovano a mensa o al riposo, quando un terzo fanciullo, si sente dire essere scomparso dal paese, figlio di Fortunato Paladini di anni 9. La misera madre Maddalena Daviddi, ad onta delle ricerche continuate per quel giorno e tutta la notte appresso, non riesce a scoprirne traccia. Fu soltanto trovato il cappellino di paglia del misero fanciullo sotto un voltone, che dal mezzo del paese conduce alla Piazza del Mercato, e da questa all'Arno.
Ed anche allora si corse a sospettare a bella prima, che le acque del fiume avessero fatto questa terza vittima. Ma il fiume era allora quasi all'asciutto, i gorghi poco profondi, le rive scoperte.
Dove dunque poteva essersi perduto un fanciullo dell'età di anni 9, e di robusta costituzione? L'inutilità delle ricerche fatte nell'Arno, la circostanza che le acque erano troppo basse per accagionare il fiume di questa nuova sciagura, vennero a gittare la costernazione nella povera madre, e nel paese intero.
E purtroppo i sospetti che tanto sparizioni si dovessero a ben altra misteriosa sventura, e non al semplice annegamento nell'Arno, venivano confermati il giorno dopo 22 Agosto, quando, mentre tutti intendevano alla ricerca del fanciullo Paladini, e stavansene ben guardinghi che il sospettato fiume non facesse nuove vittime, la sparizione di un quarto fanciullo, Angelo Martelli, di anni 7, avveniva quasi sotto gli occhi dei genitori e del paese intero.
I sospetti già nati alla sparizione dell'Innocenti, e via via cresciuti nella stagione estiva, quando la secca del fiume non mise minimamente alla luce, come si sperava, gli avanzi dei due fanciulli annegatisi ne' due inverni precedenti, si fecero allora più gravi e più desolanti, e dettero luogo ad altre più tetre e diverse interpretazioni di tante sventure.
L' essere il fiume all' asciutto, e la scomparsa dei due ultimi fanciulli, specialmente del Martelli, nel bel mezzo del paese, dimostravano oramai troppo inverosimile l'annegamento, perchè non nascessero voci, e dicerie vaghe e misteriose, di animali voraci, di rapimenti, per parte forse di zingari e venditori di fanciulli.
Questi sospetti s'avvaloravano con la voce (nata non si sapeva come), diffusa al solito ciecamente, che si fossero veduti uomini forastieri, dalla gran barba, dall'occhio truce, e di aspetto terribile, vagare attorno pe' boschi vicini, entrare furtivamente in paese, e furtivamente uscirne con grossi fardelli sotto il braccio.
A queste vaghe dicerie, sempre più accreditate quanto erano più strane ed inverosimili, contribuivano non poco le asserzioni di un carradore del paese, certo Carlino o Callisto Grandi, il quale affermava costantemente ai genitori, ed ai cercatori dei fanciulli smarriti, che egli stesso nel tornare una sera a casa aveva incontrato presso un bosco, o quasi affrontato, uno di codesti uomini sospetti, del quale aveva avuto paura grandissima.
Ma se tali dicerie avevano per i miseri genitori, e la parte incolta della popolazione il solito prestigio d' ogni stranezza sulle menti deboli, non venivano però accolte con pari fiducia dai più intelligenti, sebbene esse trovassero eco nei fogli politici di quei giorni.
Carlino Grandi poi, ai cui racconti esse in parte dovevano, se non l'origine, almeno la loro diffusione, s' aveva nome in paese di ragazzo non del tutto sano di mente, e di povera intelligenza.
E certo tale non era l'opinione del Sig. Ceccherini Assessore, e facente funzione di Sindaco, del tabaccaio Francalanci, persona saputa del paese, del Parroco Don Somigli, e dell'egregio Medico condotto Dott. Migliarini. Le sparizioni dei due fanciulli, Paladini e Martelli, erano avvenute a troppo breve distanza, per non mettere in grande apprensione la pacifica popolazione dell'Incisa. I più coraggiosi e più destri s'erano dati ad aiutare l'infelice Maddalena Daviddi nella ricerca del suo povero Fortunato, e tutti i genitori stavano all' erta trepidanti sulla vita dei loro figli, raccomandando loro di non allontanarsi menomamente dalla casa paterna, vietando loro di scegliere pei loro giuochi infantili le paurose e ripide rive dell' Arno, e infine mettendo su una specie di sorveglianza continua e perseverante agli ingressi principali della borgata. L'ultima settimana del mese d'Agosto venne consumata nelle più assidue e faticose, e pure frustranee, ricerche; nel consolare ed assistere i poveri genitori, nel tramandarsi l'un l'altro e diffondere nuove paure, nuove ansie, nuove dicerie. In mezzo a questa angoscia, a questa febbre che aveva invaso la intera popolazione, avveniva finalmente la mattina del lunedì 29 Agosto un fatto che poneva in chiaro la causa di tante sventure, e svelava finalmente il vero colpevole. Erano le 11 antimeridiane, e la famiglia Turchi, stava per assidersi al povero desco, mentre la madre Rachele Turchi accudiva alle domestiche faccende, quando il di lei figlio Amerigo d'anni 9, preso un tozzo di pane, scendeva giù in Via Petrarca, che è la strada di mezzo della borgata. La madre gli aveva raccomandato, per carità, non si allontanasse, perchè il pranzo era quasi pronto, e pel timore allora penetrato nelle viscere di tutte le madri, non si ripetesse anche per lei la sventura toccata sette giorni prima alla madre del Paladini e del Martelli.
Trascorsi appena quattro minuti, la madre si diè a chiamare il figlio Vincenzo; ma questi non rispondendo alle reiterate voci materne, nacque tosto nella mente della povera dorma una tremenda apprensione di qualche disgrazia, e palpitante discese nella strada.
Ivi infatti avveniva qualche cosa di straordinario, perchè la vicina Argenta Monsecchi, e la di lei figlia Giulia stavano battendo con forza alla porta della bottega di Carlino Grandi, ivi di rimpetto: molta gente andavasi raccogliendo e agitando intorno la porta.
Ed ecco che cosa era avvenuto in questo frattempo. Pochi minuti dopo che il fanciullo Amerigo Turchi erasi dipartito dalla madre sua, la giovinetta Giulia Monsecchi d'anni 14 udiva, dall'attigua bottega Grandi, lamentevoli e soffocate grida: «Oh Dio, il mio naso: tu mi ammazzi, stai fermo».
La bottega di carradore, condotta dai due fratelli Grandi, e dal loro cognato, trovavasi nel bel mezzo del paese, di faccia alla casa abitata dal Grandi, e contigua a quella abitata dalla famiglia Turchi.
Questa bottega, della quale daremo più ampia descrizione in seguito, ha una larga porta sulla Via Petrarca, ed una più piccola porta nell'andito dell'attigua casa Catolfi, dove anzi si apre il finestrino d' un sottoscala non finito.
Si noti pure, che poco lunge dalla bottega Grandi sbocca nella Via Petrarca quel viottolo piuttosto scosceso, che conduce all'Arno, e sotto una volta del quale fu trovato la sera del 29 Agosto 1875 il cappellino del Paladini. Udite appena le accennate grida, e riconosciuta ben tosto la voce a lei ben nota del fanciullo Turchi, la giovinetta Monsecchi, impaurita dal ripetersi di quei soffocati lamenti, veniva nel sospetto di qualche tremenda sciagura, e correva tosto ad avvertirne la madre Argenta; la quale accorreva dalla propria bottega di pizzicagnola, e poteva colla figlia riconoscere essa pure la voce del fanciullo, non che quella del carradore Carlino Grandi.
Mentre infatti il bambino continuava a gittare quei soffocati lamenti, udivasí la voce del Grandi che diceva: «Stai fermo, stai fermo, non ti fo nulla.» Scendeva in cotesto punto di casa la madre Rachele in cerca del bambino, e dalle due Monsecchi veniva subito avvertita di quanto avveniva in bottega Grandi.
S'immagini la disperazione della povera madre, quando potè riconoscere la voce del proprio figlio Amerigo, rotta dai singhiozzi e dalle lagrime, che diceva: «babbo, mamma, mi ammazza.»
Battere alla porta della bottega, ch' era chiusa per di dentro, chiamare ad alta voce il Grandi, minacciare, imprecare, chiamare aiuto, avventarsi al finestrino del sottoscala, e di là nuovamente scongiurare il Grandi che desistesse ed aprisse, fu quasi un momento solo.
Intanto accorsero il padre del fanciullo e i vicini, i quali, trovata sprangata la porta, vista inutile ogni preghiera o minaccia, ed udendo sempre più fioche e stridule le grida del povero fanciullo, non misero tempo in mezzo, e scassinata la porta, riuscivano a penetrare finalmente nella bottega.

Entrarono fra i primi il padre e la madre della vittima, l'Argenta Monsecchi, il Daddi Alessandro, il Focarda Ottavio, la guardia municipale Piccioli Fortunato, ed insieme con altri del paese, anche il Sig. Ceccherini, Assessore Comunale, ed il Sindaco.
Stavasi il Grandi nel sottoscala della bottega, tenendo stretto il fanciullo Turchi, come se tuttavia lottasse con lui.
La faccia del fanciullo era insanguinata, contusa in più luoghi, graffiata e ferita: ma nessuna di queste lesioni (o contaronsene fino in quaranta) era così grande da sospettare fosse stato adoperato strumento qualunque!
Appena penetrati i primi nella bottega, al Grandi veniva tolto di sotto il fanciullo piangente, ed egli con una spinta era cacciato fuori della bottega dal Sig. Ceccherini, che fieramente il rimproverava di quelle sevizie.
Il Grandi subito a negare e a scusarsi, adducendo come ragione delle ferite del fanciullo, essergli caduta sopra una ruota; lui non avercene colpa, doversi tutte quelle graffiature alla caduta.
Nessuno in que' primi momenti poteva credere tanta malizia e tanta reità, quanta venne a scoprirsi di poi, cosicchè egli potè attraversare la strada, e rientrare tranquillamente in sua casa, che sta ivi di faccia.
Ma, mentre i genitori apprestavano le prime cure al misero fanciullo, e udivano da lui, singhiozzante ed esterrefatto, il vero racconto del corso pericolo, alcuni degli accorsi in bottega Grandi, entrati in qualche sospetto, si diedero a frugare per la bottega.
E quale non fu la loro sorpresa e di tutti, trovare nel bel mezzo una fossa profonda circa venticinque centimetri, di forma irregolare, di fresco scavata, come lo attestava la terra che si vedeva smossa all' intorno, e che in parte la riempiva? Fu il cadere d'una benda dagli occhi. La vista di quella buca, la lotta corpo a corpo del Grandi col fanciullo Turchi, lo spavento e le parole di lui bastarono a svegliare in un baleno l'idea terribile, che tutte quelle misteriose sciagure, che da due anni funestavano il paese, avessero il loro terribile autore nel Grandi.
E infatti, che cosa aveva raccontato il fanciullo Turchi, fra le lagrime, i singhiozzi ed i tremiti, ai genitori che gli rasciugavano il sangue gemente dalle ferite?
Raccontava, che appena sceso sulla strada col tozzo di pane datogli dalla madre, il Grandi sulla soglia della bottega lo aveva invitato ad entrarvi, per divertirsi con altri fanciulli, che già vi erano, all'infantile giuoco del rimpiattarsi, o, come dicesi all'Incisa, del piattacuccù; che entratovi senza alcun sospetto, il Grandi aveva chiuso la bottega, e fattolo adagiare bocconi nella fossa già scavata, gli aveva detto che stesse lì tranquillo; l'avrebbe coperto lui per bene in modo, che gli altri ragazzi sopravvenendo non lo avrebbero trovato; e si sarebbe servito a tal uopo del proprio grembiule di cuoio.
Ma appena postosi giù il fanciullo nella fossa, nel modo voluto dal Grandi, invece del grembiule, avrebbe sentito venirgli addosso un gran mucchio di terra o rena, e quindi il Grandi si sarebbe dato a pressargli la testa sul terreno.
Accortosi allora del brutto tiro, e persuaso che il Grandi aveva altro scopo che quello di aiutarlo a nascondersi, il Turchi, svelto e robusto com'è, s' era messo a far gran forza di schiena, di braccia e di gambe, per rimuovere la sovrapposta terra, e saltar fuori della fossa.
Seguiva poi, narrando come il Grandi, appena vistolo uscire dalla fossa, lo avesse preso pel collo, e, cercando con le mani di strozzarlo, lo venisse tirando nel sottoscala, mentre egli, per quanto glielo permettevano lo spavento e le sue povere forze, tirava a difendersi la faccia e il collo, urlando e chiamando i genitori.
Nel difendersi, attestava perfino d'avere addentato un dito del Grandi, e d' averlo morso di tutta forza. Furono quelle grida e que' lamenti che attrassero l'attenzione delle due Monsecchi madre e figlia: e buon per lui che si giungesse a tempo, perché stava già per soccombere nella lotta disuguale.
L'orrore della misera madre, lo sdegno di quel che l'udivano è più facile immaginare che dire: l'orrendo mistero era svelato.
Allora si riaffacciarono alla mente quelle vittime innocenti dei fanciulli Bonechi, Degl'Innocenti, Martelli e Paladini; si riunirono le fila sparse di tante sciagure, e si venne nel dubbio terribile, che quella bottega avesse servito purtroppo da tomba alle infelici creature.
Pensare a questo e mettersi furiosamente a scavare tutto attorno il suolo della bottega, fu un punto solo.
E già s' era sparsa pel paese la triste novella; già si univano i popolani sotto la casa del Grandi, si affollavano in Via Petrarca, penetravano nella bottega, ne perlustravano gli angoli più remoti, ne rimovevano febbrilmente gli arnesi per mettere alla luce le vestigia del fatale mistero.
Là infatti, a poca distanza della buca recente, di dove à gran fatica era poco fa scampata l'ultima vittima, sotto un lieve strato di terra venivano alla luce i primi avanzi dei fanciulli smarriti.
Dire lo sdegno, l'orrore, le maledizioni e minacce di quella gente è impossibile.
Alti, universali, terribili si levarono subito i clamori dalla folla contro il Grandi; lo si voleva nelle mani per punirlo, per farne giustizia sommaria, per seppellirlo, e soffocarlo lì vivo, come ivi avea seppelliti e soffocati i fanciulli: si cercava di atterrarne la porta di casa; s' insultava alla pubblica forza che subito era accorsa sul posto, come sempre accorre ove è l'ordine da ristabilire, la legge da fare osservare.

Stavansene i Carabinieri davanti alla casa Grandi, per toglierlo alla furia popolare, regolarmente impossessati, a nome della legge, di tutta la bottega, di dove avevano mandati via i curiosi e impedito lo scoprimento degli altri cadaveri.
Eppure, mentre il paese intero sollevavisi contro il Grandi, mentre ruggiva sul suo capo l'ira popolare, e poco mancava la porta non cadesse agli urti dei più furibondi, stavasene egli tranquillamente in casa, seduto ad un tavolino, leggendo non sappiamo che libro; e soltanto distratto un momento dalle clamorose minaccie, ardiva affacciarsi alla finestra che dà sulla strada, e di là intimava al popolo, andasse via davanti dalla sua bottega; e guai a chi gli avesse toccati i suoi arnesi.
Così a gran fatica si poté mantenere chiusa la bottega alla curiosità del pubblico per tutto il resto di quel giorno, rimettendone la visita giudiziaria al mattino dipoi. Intanto i R. Carabinieri, chetato alquanto il furor popolare col promettere esemplare castigo al reo, che subito sarebbe stato tradotto alle carceri, salivano in casa, e trovavano il Grandi in mezzo alla famiglia, composta della madre, di due sorelle e un fratello. In quale condizione d'animo lo trovassero, vedremo in seguito per le testimonianze addotte in processo. Intanto qui accenniamo, che il Grandi era, o almeno sembrava, uomo tranquillo della coscienza, e sicuro della propria sorte.
Difatti nessuna resistenza ai Carabinieri; anzi li accoglie amichevolmente, ridendo e quasi allegramente. E come vedremo poi, questa simpatia verso i rappresentanti della legge non si smentisce mai per tutto il processo; anzi ne forma uno dei più costanti fenomeni psicologici; ecco perché insistiamo qui sul suo palesarsi fin da primo, come insisteremo in seguito sul suo valore. Infine tanta era la tranquillità del Grandi che, oltre all'aver minacciato dalla finestra chiunque fosse penetrato nella sua bottega, chiese da bere e da mangiare, e mangiò e bevve dì fatto a tutto suo piacere, mentre i R. Carabinieri pensavano al modo di trasortarlo, incolume dall'ira popolare, alle vicine carceri della Pretura di Figline.
E infatti ve lo conducevano a grande stento e con grandi cautele, nel giorno stesso, per impedire ai popolani dell’Incisa di farne scempio. Non poterono però salvarlo dalle minaccie, dagli insulti, dalle maledizioni e dai sassi. L'esecrazione popolari lo proseguiva fin quasi alle carceri di Figline, dalle quali pochi giorni dopo era traslocato alle Murate in Firenze, ove ben presto lo ritroveremo.
Il giorno 30 Agosto, alla presenza del Signor Pretore del Mandamento di Figline e dei Dottori Giaconi e Migliarini dell'Incisa, procedevasi al regolare e giudiziale dissotterramento dei cadaveri, già per metà disseppelliti dalla furia popolare nella bottega Grandi.
A corredo dei fatti fin qui esposti, vogliamo qui brevemente riassumere i risultati di queste ricerche giudiziarie; cominciando col descrivere la bottega, ove trovarono sì infelice morte quelle quattro innocenti creature.

La bottega di carradore condotta dalla famiglia Grandi dà sulla Via Petrarca, nel bel mezzo del paese, passata di poco la piazza municipale.
È un' ampia stanza terrena ad uso di officina, nella quale entrasi per un portone a due battenti, con serrature e chiavistelli che si chiudono per di dentro: a destra di chi entra è una piccola porta che dà nell'andito del casamento abitato da parecchie famiglie.
Anche questa porticina si chiude con toppa e chiavistello, ma dall’esterno.
A metà della bottega evvi un arco, che serve a sostenere la volta: fino al detto arco il pavimento della bottega è lastricato di pietre; nell'altra metà a sterro.
Nel fondo, a sinistra, una piccola finestra dà sur un vicolo che dalla Via Petrarca conduce al piazzale della Fiera; è in questo vicolo che fu trovato il cappello del Paladini la mattina dopo la sua scomparsa.
Finalmente a destra della bottega, e vicino all'arco, una porta senza affisso conduce nel sottoscala della casa, tutto a sterro anch'esso e che serve da retrobottega; esso ha un finestrino prospiciente nell' andito. Ora nella parte sterrata del sottoscala era scavata la buca, nella quale il Grandi aveva fatto coricare il Turchi; buca, come si disse, profonda 25 Centimetri, e quasi riempita dalla terra che era stata portata ivi presso.
Vicino di questa fossa dalla parte destra, per la lunghezza di circa un metro, il pavimento della stanza vedevasi in più punti smosso e cedevole; scavando un poco, si videro tosto a fior di terra avanzi di carne putrefatta. E venne ben presto ad emergere un cadavere di fanciullo, coricato sul fianco sinistro, coi piedi volti alla porta della bottega, la faccia verso il muro di destra, le gambe retratte sull'addome e le braccia protese lungo il tronco.
Il cadavere portava giacchetta e calzoni, ma aveva la testa scoperta e i piedi nudi.
Un secondo cadavere fu trovato quasi a contatto, e, sempre procedendo a destra verso il muro, sulla stessa linea del primo, anche esso a fior di terra. Era di fanciullo, in posizione supina, coi piedi rivolti alla porta come il primo, colla testa più profondamente del tronco confitta nel suolo la bocca aperta e riempita di terra, che appariva come compressa, vestito con calzoni e camicia, ma con i piedi e la testa nuda.
Si notò che sul collo di questo cadavere trovavansi due pezzi di pietra. Rimosso ancora lo sterrato a destra, e precisamente lungo il muro della bottega, venne alla luce un terzo cadavere in istato di avanzata putrefazione, vestito ma non calzato, giacente bocconi anch'esso, con la testa più profondamente confitta nella terra, le mani sotto il ventre e le gambe alquanto retratte.
Nessun altro avanzo umano rinvennesi nel resto del pavimento della bottega: ma scavando nel piccolo sottoscala si rinvennero alla profondità di 30 centimetri diverse ossa, cioè un frontale, diverse costole, una tibia, due femori, due omeri, e quattro vertebre cervicali; unitamente ad alcuni brani di vestiario infantile, evidentemente appartenente ad un qualche cadavere di fanciullo.
E qui crediamo di insistere sul modo con cui erano seppelliti quei cadaveri. Il primo era appena alla profondità di 40 centimetri, coperto da uno strato di terra alto 10 centimetri; qualche porzione emergeva fino a fior di terra. Lo stesso verificavasi pel secondo cadavere; e si noti che, sopra ambedue la terra era rimossa di fresco. Il terzo invece era inumato più profondamente, coperto da terra resa oramai soda e consistente, e rasente al muro laterale della bottega.
Tutti questi cadaveri l'uno parallelo all' altro erano inumati dove finiva il lastrico, e cominciava lo sterrato. La ricognizione dei cadaveri ebbe luogo quasi subito, e per mezzo delle testimonianze di Pietro Tarchiati, Torello Degli Innocenti e Fortunato Piccioli, si ebbe la conferma che il primo cadavere era quello del fanciullo Angiolo Martinelli dell'età d' anni 9, scomparso nel meriggio del 22 Agosto 1875; che il secondo era del fanciullo Fortunato Paladini, pure d' anni 9, scomparso di sotto agli occhi dei genitori nel pomeriggio del 24 Agosto.
Il terzo cadavere non si potè riconoscere dai testimoni, in causa della avanzata corruzione. Sulle tre povere vittime così esumate non fu riscontrata veruna lesione: se non che il Martinelli e il Paladini avevano la faccia sformata, come fosse stata compressa.
Quanto poi alla causa probabile della loro morte e al tempo, in cui questa poteva essere avvenuta, le conclusioni dei periti Dottori Giaconi e Migliarini, furono concordi nel dichiarare, che i due primi cadaveri appartenevano a fanciulli di almeno 9 anni di età, il terzo poi a un fanciullo di circa 4 anni; che la morte dei due primi doveva datare da 8 a 10 giorni; che il terzo invece mostrava essere stato inumato da qualche mese; che le ossa trovate nel sottoscala appartenevano pure ad un fanciullo, probabilmente di un anno; che infine la causa della morte dei due primi era stata violenta, cioè per soffocazione. Non fu però fatta l'autopsia dei due cadaveri scoperti dapprima, stante la putrefazione avanzata. Sul terzo cadavere, e sulle ossa infantili trovate nel sottoscala praticaronsi ulteriori ricerche.
Senza dilungarci troppo sul referto giudiziario, diremo, che il cadavere lungo 83 centimetri, presentava tutti i segni d'una avanzata putrefazione, e ad onta di questa nessuna traccia traumatica.
Fu tentata una ricognizione per parte di parecchi testimoni del paese, e questi poterono affermare che alla statura, alla corporatura, all'insieme quel cadavere pareva quello di Arturo Degli Innocenti, di circa 4 anni, scomparso dall' Incisa il giorno 18 di Marzo 1875.
Lo stato di mummificazione, in cui si trovava questo cadavere, dimostrava (sempre secondo i Signori Periti), che era stato sepolto sotto terra, riparato dalle intemperie, e per di più in luogo piuttosto secco.
Quanto alla causa della morte, i periti dichiararono non poterla determinare per il cattivo stato di conservazione. Quanto alle ossa, dal complesso di tutte le circostanze che qui è inutile riferire, esse furono attribuite al fanciullo Luigi Bonechi, d'anni 3 o 2 circa, il primo nella serie delle povere vittime, che scomparve nella giornata del 2 Febbraio 1873. Sull'osso frontale di questo ultimo scheletro furono osservati ed annotati dai periti tre tagli paralleli, due dei quali quasi immedesimati in uno solo, a forma semilunare, lunghi due centimetri, profondi in media un millimetro, diretti d' alto in basso e di dietro all'avanti, sulla parte media e superiore dell'osso.
Tali tagli sembravano fatti da strumento tagliente, e per la forma, probabilmente da un'ascia da legnaiuolo. I periti credettero comprovare, che le tre lesioni suaccennate non erano recenti, ma rimontavano forse al tempo della morte. Il tempo poi dell' inumazione delle ossa venne dai periti valutato a due anni circa.
Finalmente, per sodisfazione della giustizia i periti procedevano all'autopsia dei cadaveri del Martelli e Paladini, gli ultimi uccisi, e ne dettavano un verbale, da cui tragghiamo i dati più importanti, a complemento dei fatti suesposti. Cadavere di Paladini Fortunato.
Putrefazione avanzatissima: ipostasi cadaveriche generali: in nessuna parte del corpo traccia di lesioni violente: parti sessuali incolumi, e così l'apertura anale. Aperto il cranio, ne esce fuori del cervello sotto forma di poltiglia; conseguenza (dicono i periti) di «congestione per forte affluenza di sangue al cervello, derivata probabilmente da un'azione meccanica di soffocamento, come se fosse stato seppellito vivo:» polmoni putrefatti: cuore flaccido e vuoto (altra circostanza confermante pei periti la causa della morte, cioè l'asfissia): visceri pieni di gas.»
In conclusione i periti riscontrarono, che «il Paladini non era morto in seguito a lesione traumatica, e che tutti i segni concorrevano a fargli persistere nel giudizio già espresso, di morte per soffocamento».
Cadavere di Angelo Martelli. Putrefazione avanzata; ecchimosi cadaveriche; nessun segno all'esterno di lesione traumatica. All'autopsia si riscontrarono tutte le alterazioni del Paladini, cioè polpa cerebrale ridotta a poltiglia, polmoni in avanzata putrefazione, cuore vuoto e flaccido, i visceri pieni di gas; nessuna traccia di violenza all'ano.
I periti dietro ciò ritennero, la morte del Martelli datare da 8 o 10 giorni; causa di essa il soffocamento come fosse stato seppellito vivo; nessuna lesione traumatica, capace di spiegarne la morte.
Tali sono i fatti che costituirono materia ad ordire il famoso processo contro Callisto o Carlino Grandi, siccome efferato autore di tanta strage. A questo s'aggiunsero subito le confessioni da lui stesso fatte dinanzi al giudice istruttore del Tribunale di Firenze.
La fama degli orribili fatti si diffuse tosto all'intorno. La stampa periodica, alla quale non par vero dare in pascolo alla curiosità famelica del pubblico gli avvenimenti più strani e crudeli, si occupò tosto dell' uccisore de' bambini: il nome dell'oscuro carraio dell'Incisa si ebbe in breve triste ed infame popolarità.
La figura del Grandi, quanto più da lontano vedevasi, tanto più appariva terribilmente mostruosa e gigante. Eppure chi era venuto a vedere d'appresso, cotesto omiciattolo, cotesto bambino imberbe di 24 anni, dalla voce infantile, così fatuo e ridicolo ne' discorsi e ne' modi, così mal conformato nella persona, chi lo conosceva da un pezzo come un trastullo de' ragazzi e degli adulti del paese, superato quel primo naturale ribrezzo, domandava tosto a sé medesimo, se aveva un po' di criterio in testa: - Come mai cotesto scemo e dappoco poté diventare autore di tanta scelleratezza?
E cotesto dubbio trovò eco ne' giornali più autorevoli, tra quali il Fanfulla e la Gazzetta d'Italia, che la questione della responsabilità del Grandi posero tosto nettamente, in modo certo non gradevole al fisco, ma confortante per la dignità umana.
Il Grandi è egli sano di mente, e perciò imputabile delle commesse atrocità? E il dubbio si apprese tanto più forte al coloro, che degli atti umani san giudicare, non col sentimento, ma col giudizio, e che vogliono e sanno studiargli, non astrattamente, ma in rapporto con la natura organica e psichica di chi gli commette.
Era naturale dunque, che il Grandi andasse al pubblico dibattimento (18 dicembre 1876), accompagnato e sorretto da medici periti, che portassero dinanzi a' magistrati cotesto dubbio, cotesto problema, e con la face della scienza s'ingegnassero alla meglio di rischiararlo.
Ma la face della scienza, diciamolo apertamente, non trovò nell'aula di S. Pancrazio, aere quieto e sereno: in certi momenti anzi, venti contrari minacciarono di soffocarla e spegnerla a viva forza.
La face, colpa forse la piccolezza nostra, non illuminò come doveva né giudici nè giurati, e le menti rimasero al buio. Oggi essa ritorna fuori ed in aere più libero e tranquillo: e se non è falsa la luce, di cui risplende, noi abbiamo la ferma convinzione che vincerà la tenebra che tende a offuscarla."


Il Grandi disse che i motivi furono sostanzialmente questi:

- "mi canzonavano, mi prendevano a burla, mi dileggiavano, mi dicevano pelato, ventundito perchè ho un piede con sei dita, e mi dicevano guercio e nano e mi facevano il capo grosso e quando venivano in bottega mi facevano sempre qualche biricchinata."
- "Un altro venne nella mia bottega il giorno della vigilia di San Giuseppe. Mi fece la biricchinata di versarmi tre libre di tinta. Gli detti una palata, lo ammazzai e lo seppellii in bottega, nello sterrato. A fare la buca ci mettevo presto perchè era terra morbida!"
- "Un altro mi cacò nel carbone, lo uccisi e lo seppellii nella buca voltato in su con la faccia e nella bocca gli pigiai la terra e coprii tutto il corpo di terra e sopra ci misi la segatura."
- "Uno mi tinse il viso col pennello e stetti col viso tinto per tre giorni perchè era tinta ad olio […]. Una sera venne nella mia bottega ed io avevo fatto una buca apposita nel sottoscala in modo da mettercelo appena mi capitava in bottega. Mi capitò, lo portai là nella buca, lo gettai giù e lo coprii di terra e sopra ci misi la legna."

Callisto dopo avere scontato 20 anni al carcere delle Murate a Firenze chiese ospitalità a Montedomini, rifugio per i derelitti, ma non venne accettato. Morì al Manicomio di San Salvi nel 1911.

 

 

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