Canto alle Rondini e il Tabernacolo

Antica Farmacia del Canto alle Rondini e tabernacolo della Madonna delle Rondini.

L’Antica Farmacia del Canto alle Rondini appartiene al gruppo delle più antiche botteghe storiche fiorentine. La sua origine viene tradizionalmente fatta risalire al XIV secolo, anche se non è oggi possibile fissarne con certezza l’anno di fondazione. La sede originaria si trovava all’angolo tra via Pietrapiana e l’attuale via Verdi, nel punto noto come Canto alle Rondini, nome derivato dallo stemma della famiglia proprietaria del palazzo, contraddistinto da rondini in volo. In quel tratto della città la farmacia si impose per secoli non solo come luogo di vendita e preparazione di rimedi, ma anche come presenza fortemente radicata nella memoria urbana di Firenze.
Alla storia della farmacia si lega la figura di Matteo Palmieri, che la tradizione ricorda come speziale attivo proprio in questo luogo. Il rapporto tra l’umanista e il Canto alle Rondini era ribadito anche dal busto quattrocentesco che ornava la sua casa e che oggi è conservato al Museo Nazionale del Bargello. Questa associazione contribuì a dare alla bottega un prestigio particolare, perché la sua vicenda veniva a intrecciarsi con quella di uno dei nomi più noti dell’umanesimo fiorentino. Anche in età moderna tale memoria rimase viva, fino a diventare parte integrante dell’identità storica dell’esercizio.
Un’importante testimonianza della continuità della farmacia alla fine dell’Ottocento è offerta da una cartolina datata 16 aprile 1896, intestata “Antica Farmacia del Canto alle Rondini… Mario Mariscotti e C.”. 

Questo documento conferma che il nome storico era già pienamente in uso e che la bottega continuava a essere riconosciuta attraverso il legame con l’antico canto cittadino. Si coglie così una persistenza rara: non soltanto la sopravvivenza di un’attività commerciale, ma la conservazione di un nome, di una memoria topografica e di una precisa identità locale.
La trasformazione più significativa avvenne fra il 1918 e il 1919, quando Adolfo Coppedè intervenne sul complesso per incarico dell’industriale chimico Filippo Maria Contri. A questa fase si deve l’immagine novecentesca della farmacia, caratterizzata da un interno di gusto storicista, ricco di richiami neogotici e quattrocenteschi. Gli arredi comprendevano scaffali, vetrine, porte ed edicole in noce intagliato, pannelli dipinti a olio, pareti decorate, un soffitto a cassettoncini e un banco ispirato ai cassoni fiorentini del primo Quattrocento. Il risultato era quello di uno spazio volutamente scenografico, nel quale il commercio, la tradizione artigiana e la citazione colta del passato si fondevano in un unico linguaggio decorativo.

Nello stesso intervento nacque il tabernacolo della Madonna delle Rondini, destinato a diventare il segno più celebre del luogo. La figura della Vergine fu scolpita da Umberto Bartoli, mentre l’inserimento architettonico faceva parte del progetto complessivo di Coppedè. Il tabernacolo era concepito in forme di gusto trecentesco e neogotico e traduceva in immagine il nome stesso del luogo: la Madonna appariva infatti incorniciata da una ghirlanda di rondini in volo. L’opera svolgeva insieme una funzione religiosa, urbana e simbolica, perché si offriva come immagine sacra da strada, come elemento distintivo dell’edificio e come emblema visivo della farmacia.
La vicenda del complesso cambiò radicalmente durante il risanamento edilizio del quartiere di Santa Croce, avviato negli anni del regime fascista. Fra il 1935 e il 1938 quell’area fu investita da un vasto intervento urbanistico che comportò la demolizione del palazzo originario e la cancellazione del suo antico contesto. Nel 1938 la sede storica della farmacia risultava ormai perduta, ma la bottega non scomparve: venne trasferita poco distante insieme a parte degli arredi e allo stesso tabernacolo esterno. Questo passaggio è essenziale, perché mostra che la distruzione del palazzo non coincise con la distruzione immediata del tabernacolo, ma piuttosto con il suo sradicamento dal luogo per il quale era stato concepito.

Dopo la demolizione, l’assetto urbano del Canto alle Rondini mutò in modo irreversibile. L’area rimase libera per un certo periodo e venne poi assorbita nel nuovo disegno cittadino che portò alla costruzione del Palazzo delle Poste, esito novecentesco della trasformazione di quel settore di Santa Croce. In tal modo si compì la definitiva sostituzione dell’antico tessuto edilizio con una nuova immagine urbana, estranea al paesaggio architettonico che per secoli aveva custodito la farmacia, la memoria di Palmieri e il tabernacolo mariano. La perdita decisiva del tabernacolo avvenne solo in un secondo momento. Non fu il risanamento fascista a cancellarlo interamente, ma l’alluvione del 1966 a provocare la dispersione della figura della Madonna scolpita da Bartoli. Della composizione originaria sopravvisse invece la ghirlanda con le rondini dorate, ancora conservata all’interno della farmacia. La distinzione tra questi due momenti è fondamentale: negli anni Trenta si consumò la distruzione del contesto originario e il trasferimento del complesso; nel 1966 si verificò invece la mutilazione materiale dell’immagine sacra, con la perdita della sua parte centrale.

Ciò che resta oggi dell’Antica Farmacia del Canto alle Rondini non è dunque soltanto una continuità commerciale, ma una stratificazione di memorie. Rimangono gli arredi storicisti voluti da Coppedè, rimane il nome che conserva il ricordo dell’antico canto cittadino, rimane la ghirlanda di rondini che allude al tabernacolo perduto. È una sopravvivenza parziale ma eloquente, che permette ancora di leggere in controluce la storia di un luogo nel quale bottega, devozione, architettura e identità urbana si erano sovrapposte nel corso dei secoli.

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