Falsi ritrovamenti danteschi

Le bufale su Dante: quattro casi che hanno ingannato studiosi e media.
Falsi e abbagli danteschi: quando la storia si lascia ingannare.

Nel corso dei secoli, Dante Alighieri ha ispirato non solo letteratura e critica, ma anche una serie di clamorose false scoperte: manoscritti attribuiti al poeta, lettere, firme e documenti “miracolosi” che promettevano di rivelare aspetti inediti della sua opera… per poi rivelarsi falsi, erronei o semplicemente fraintesi. Ecco quattro casi emblematici, tra erudizione, entusiasmo e inganno.
 

1. L’epistola di frate Ilaro (1759).
Nel 1759, l’abate Giovanni Lami pubblicò, all’interno della Vita Ambrosii Camaldulensis di S. Mehus, un’epistola che sembrava scritta da un certo frate Ilaro del convento di Santa Croce del Corvo, indirizzata a Uguccione della Faggiola. Secondo il testo, Dante avrebbe consegnato al monaco la prima cantica della Divina Commedia (l’Inferno), da inviare al signore ghibellino come dedica, con alcune glosse esplicative. L’autore spiegava anche di aver scelto il volgare invece del latino, e annunciava un piano di dedicare ogni cantica a un mecenate diverso. 
La lettera, conservata nello Zibaldone Laurenziano di Giovanni Boccaccio, fu inizialmente accolta con entusiasmo, ma a partire dagli anni 1880 studiosi come Alessandro D’Ancona, Pio Rajna e Ernesto G. Parodi cominciarono a sollevare dubbi: lo stile risultava forzato, le informazioni contraddicevano le fonti storiche e la cronologia della Commedia sembrava sballata. Alla fine del XIX secolo l’epistola fu considerata un falso o un apocrifo, probabilmente redatto da Boccaccio stesso come esercizio letterario. Oggi, la comunità accademica non la considera autentica, ma la vicenda ha avuto un valore formativo, affinando gli strumenti della critica filologica e storica.

2. Il Fiore e il Detto d’Amore (1881).
Nel 1881, il filologo Ferdinand Castets pubblicò a Montpellier un poemetto in volgare toscano di 232 sonetti: Il Fiore, parafrasi del Roman de la Rose, celebre allegoria amorosa medievale. Poco dopo, l’erudito Salomone Morpurgo scoprì nello stesso codice un secondo frammento poetico: il Detto d’Amore. I due testi, mai attribuiti prima a Dante, vennero associati al suo nome sulla base della firma "Durante" che compare nel testo. La proposta sollevò un dibattito durato decenni. Studiosi come D’Ancona, Mazzoni e Barbi espressero scetticismo fin da subito, mentre E.G. Parodi e poi Gianfranco Contini li difesero come possibili prove di un Dante giovanissimo, influenzato dalla lirica francese. Col tempo, tuttavia, emersero elementi critici: stile troppo disinvolto, tono burlesco, uso sistematico di sonetti concatenati (estraneo alla produzione dantesca nota), riferimenti a vicende francesi improbabili per un giovane toscano del Duecento. Inoltre, il manoscritto risultava copiato nella seconda metà del Trecento, molto dopo la presunta composizione. Oggi, Il Fiore e il Detto vengono in genere classificati come opere di attribuzione dubbia, non incluse nel canone dantesco, ma restano una curiosità letteraria e una preziosa testimonianza del contesto culturale coevo a Dante.

3. La “firma di Dante” su una pergamena (2022).
Nel 2022, il professor Rodolfo Signorini dell’Accademia Virgiliana di Mantova annunciò una scoperta sensazionale: una pergamena del 1295, ritrovata da un privato tra le pagine di un libro del 1906, firmata da Dante Alighieri, Brunetto Latini, Guido Cavalcanti e Dino Compagni. Il documento, un responso sull’uso della congiunzione “ma” nel volgare, sarebbe l’unico autografo esistente del Sommo Poeta. Subito però gli studiosi invitarono alla prudenza. Nel 2023, analisi paleografiche condotte da Rosaria Scialpi e altri esperti mostrarono incongruenze gravi: Brunetto Latini era morto nel 1294, la grafia non corrispondeva a quella dei firmatari reali, alcune lettere (come la “m”) non erano coerenti con il XIII secolo, e nel testo comparivano addirittura parole in greco — improponibili per un atto fiorentino del 1295. Conclusione? Si tratta quasi certamente di un falso ottocentesco, forse realizzato proprio intorno al 1906, anno del libro in cui era nascosta la pergamena. Il caso ha avuto il merito di accendere il dibattito tra studiosi e di ricordare al pubblico quanto sia importante verificare fonti e contesti prima di celebrare una scoperta.

4. Le “pagine ritrovate” della Divina Commedia a La Spezia (2024).
L’8 dicembre 2024, il sindaco di La Spezia Pierluigi Peracchini annunciò via Facebook il ritrovamento straordinario, durante un trasloco all’Archivio di Stato, di due pagine della prima edizione manoscritta della Commedia e dell’originale della “Pace di Dante” del 1306. In meno di 24 ore, medievisti e giornalisti come Enrica Salvatori e Paolo Chiesa chiarirono l’equivoco: i documenti erano già noti dal 1890, pubblicati, digitalizzati e persino esposti in mostra. Le “pagine” erano in realtà due frammenti trecenteschi riciclati come coperta per registri, e la “pace” era un atto notarile già studiato, non firmato da Dante ma solo da lui presieduto come paciere. L’errore fu dovuto a un malinteso tra autorità locali e stampa, che usarono espressioni come “prime edizioni” e “pagine originali”, generando confusione. Nessuna falsificazione intenzionale, ma un clamoroso abbaglio mediatico.

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