23 Aprile 2019 · 687 Views

Abbazia dei Santi Salvatore e Lorenzo a Settimo

Abbazia dei Santi Salvatore e Lorenzo a Settimo
 
 


 

La storia di quest'antica abbazia ha il suo inizio dal 900 e le molti singolari vicende del suo svolgimento si connettono di continuo con la storia generale della Repubblica Fiorentina. La sua costruzione gigantesca, che associa in un insieme meraviglioso i caratteri di un forte castello medievale toscano, con le tracce dell'architettura francese di tempi remoti e con le forme classiche e gentili del rinascimento fiorentino, la pone in prima linea fra gli edifizi monastici più preziosi della Toscana.
 



Immagine dei primi anni del Novecento


 
In fatto di opere d'arte poi, le spogliazioni continue, alle quali la Badia andò soggetta, sono state insufficienti a toglierle le tracce abbondanti del prezioso corredo di meravigliosi capolavori delle quali era adorna.
Della Badia a Settimo le notizie più antiche sono del X secolo, giacché fu nel 908 che i Cadolingi conti di Borgonuovo e signori del vicino castello di Monte Cascioli la edificarono e la dotarono di cospicui beni. Il conte Guglielmo Bulgaro vi chiamò S. Giovanni Gualberto per la riforma dei monaci Benedettini e fu qui che nel 1068, secondo narra la tradizione, S. Pietro Igneo fece la famosa prova di attraversare il fuoco. Ai Benedettini successero nel 1236 i monaci Cistercensi che venuti di Francia riformarono il monastero e ne costrussero alcune parti nuove. Comincia da quest'epoca la grande importanza della Badia a Settimo, perchè i Cistercensi, non solo si occuparono delle pratiche ascetiche, ma dedicarono l'attività loro all'agricoltura e alle industrie e istituirono opifici e mulini sull'arno e dettero maggiore impulso alla bonifica delle terre adiacenti.
La Repubblica Fiorentina tenne in tale estimazione codesti monaci, che affidò loro l'amministrazione del pubblico erario e quella del domestico andamento della Signoria, la sovrintendenza della costruzione delle mura e dei castelli del contato, esentando il monastero dalle gabelle e dalle decime ecclesiastiche.Tenendo poi conto della grande importanza militare del lui luogo dove la badia era posta, vi fece costruire attorno solide mura e torri, mandandovi di presidio le sue milizie. Dal canto loro i cistercensi ebbero cura di abbellire e di adornare la loro splendida sede ricostruendo la chiesa, riordinando il convento e decorandolo con mirabile sfarzo d'infinite opere d'arte.


 


Interno

Tanto splendore venne improvvisamente a cessare, allorquando questa, come le più ricche abbazie d'Italia, venne costituita in commenda e data a sfruttare a cardinali ed a prelati fedeli alla corte Romana. Eugenio IV concesse la Badia a Settimo al cardinale Domenico Capranica e dopo di lui ne furon commendatari tre altri celebri cardinali, fra i quali Ascanio Sforza.
Così decadde affatto il monastero e quando nel 1782 vennero soppressi i Cistercensi, tutto il suo patrimonio era già stato disperso.
La Badia a Settimo ha la forma di un castello rettangolare cinto da solide mura, munite di ballatoio merlato e di torri. Una di queste torri difendeva l'accesso principale ed ha al disopra della porta una grande figura sedente del Salvatore, modellata a stucco da un artefice del XIV secolo. Nell'interno, attorno ad un gran chiostro ionico che si attribuisce a Filippo di Brunellesco, si distendono gli ampi e grandiosi edifici monastici, uno dei quali conserva tuttora il suo caratteristico aspetto. È un ampio locale a tre navate coperte da vòlte che si svolgono sopra esili colonne adorne di capitelli nei quali si direbbero affratellati i tipi dell'arte francese e italiana. In origine se fu refettorio, o biblioteca, è difficile precisare; oggi è una modesta tinaia, dove il suolo rialzato di oltre un metro e mezzo nasconde parte delle svelte colonne.
La chiesa monastica è da un lato. Grandiosa, a tre navate, decorata all'esterno di ornamenti di laterizio di carattere ogivale, ha nella sua parte interna subito infinite alterazioni, delle quali una sola può essere accettata come un beneficio per l'arte.


 

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