29 Ottobre 2018 · 1344 Views

Trovatori e Cavalleria

Trovatori e Cavalleria.
«Fin gioia mi dà allegranza
per ch'io con gioia canto»

 



Codex Manesse, Kristan of Hamle
 
Nei tempi antichi le istituzioni iniziatone custodiscono gelosamente le loro dottrine, professano il Deismo, la più alta filosofia e spesso la più pura morale: ai profani, cioè alla grande massa degli uomini, lasciano il politeismo più stravagante, più futile, più irragionevole, e la più volgare e spesso più immorale superstizione. Col Medio Evo la posizione si sposta: al vertice della scala sociale non più la filosofia, ma il dogma, non più la morale pura, ma la superstizione e spesso la turpitudine: alla base un indefesso spirito di critica demolitrice: poiché alla base si combatteva contro la potenza organizzata ed armata delle classi elevate e precipuamente dell'organismo teocratico della Chiesa, appunto alla base era mestieri che il segreto difendesse le associazioni che audacemente si gettavano nella lotta; quindi le sette gnostiche e manichee e gli innumerevoli sistemi eretici drizzano i loro strali contro il papato, e a difendersi da esso e dai principi, che per molto tempo quasi tutti gli furono alleati, si organizzarono in sette e congiure e si munirono di impenetrabili segreti e di terribili giuramenti.
 


 
La morte del trovatore Jaufre Rudel​


Usciti dal seno del Manicheismo, gli Albigesi furono la più potente e più audace di queste fratellanze segrete. Alcuni dicono, e lo sostiene con molto ingegno il Rossetti, che i Templari fossero la milizia armata, ed i Trovatori i poeti propagandisti della setta albigese. Forse la fine miserrima dei Templari, arsi e dispersi da un papa e da un re, forse il linguaggio allegorico di molti Trovatori provenzali, che amano una donna, che non è mai nominata e la descrivono con immagini più proprie di una idea che di una persona, possono aver dato credito alla strana e curiosa leggenda.
I Trovatori cantano continuamente d'amore e sembra che non lo considerino come un affetto, ma come un'arte, una scienza, la gaia scienza. Per molti i poeti provenzali sono poco intelligibili e si pensò che alcuni di essi, se non tutti, sotto strani versi e leggiadre forme, nascondessero i principi dell'eresia manichea. Le "Caras rimas" di Arnaldo Daniele (1), che tanto lodarono
Dante e Petrarca, chiamandolo Gran Maestro di Amore, sono tutte rivolte alla dama dei suoi pensieri, che mai non nomina: il poeta la desidera con tutte le forze della mente e del cuore: se l'ottenesse, l'amerebbe mille volte più che eremita o monaco o prete non amò Dio, e sarebbe lieto se potesse almeno conseguirla nella sua vecchia età, ma non può ottenerla perchè il secolo è depravato. Questi versi sono veramente enigmatici: più che ad una donna, sembrano consacrati ad un obiettivo ideale.

 


Ma senza correr dietro a fosforescenti e simpatiche fantasie, può assennatamente osservarsi che, se quei verseggiatori non nominarono mai la donna che essi amavano ed alla quale dedicavano sospiri e canzoni, ciò avvenne perchè di solito la loro donna era donna d'altrui.
Anche le famasi corti d'amore e le radunanze cavalleresche parvero ad alcuni offrire parentela con le Logge d'Adozione e la Massoneria femminile; onde si volle scoprirvi ben altro che una festa amorosa in cui i cavalieri convenivano a mirare le loro dame ed a chiedere in soluzione di galanti problemi.
In queste ed altre simili immaginazioni si sbizzarriscono alcuni; e vi è perfino chi non si perita di affermare che le corti di amore non siauno mai esistite se non nell'accesa fantasia dei romanzieri.


(1) ARNALDO Daniello, o Daniele (Arnaut Daniel). - Trovatore perigordino, della seconda metà del sec. XII, nato a Ribérac, nella Dordogna, secondo una breve biografietta provenzale, che gli attribuisce nobili natali, e amore, non corrisposto, per una gentildonna di Guascogna.​

 


Una raffigurazione di Arnaut Daniel​
 
Bibliografia
Ulisse Bacci, Il libro del massone italiano, Roma, Vita Nuova, 1922​
 

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