17 Settembre 2021 · 491 Views

I nuovi venuti a Firenze, 1865

I nuovi venuti
La burocrazia è l'antitesi dell'arte


 
Tratto da Lucio Capizucchi ,Firenze e i nuovi venuti considerazioni di Lucio Capizucchi, Tip. Cavour, 1865

"I Nuovi venuti stando bene, è egli da supporre che anderebbero intorno trovando il brutto ed il cattivo in ogni cosa? No. Dunque il male c'è; sarà meno grave di quanto le cornacchie vanno stridendo, ma c'è; ed io mi sono prefisso di sottoporlo ad analisi perchè sono persuaso di aver da fare con gente, cui, per guarire, basti comprendere di essere malata".

"I Nuovi venuti, dopo essere passati attraverso i quarantasette tunnel, sotto le volte dei quali corre la ferrovia che valica l'appennino, giungendo nella città dei fiori, che è sacrario dell'arte italiana, vi deposero nove portafogli , la corte dei conti , e un mondo di altre cose prosaiche; poi, spazzolati gli abiti e lustrati gli stivali, si dettero a passeggiare come viaggiatori in luogo di fermata . E nell'andare a zonzo ebbero ad ammirare bellissime cose. Trovarono incantevole la passeggiata di Lung'Arno , sorprendente il giardino a Boboli, delizioso il recinto delle Cascine, stupendo il panorama circostante alla città. La contemplazione non pertanto di S. Maria del Fiore del campanile di Giotto e dei rilievi in bronzo che adornano la porta del battistero, quella porta che il Buonarroti dichiarò non indigna di servire d'ingresso al cielo, se rese estatici quelli di loro che ai misteri dell'arte non sono del tutto estranei, non bastò ad ec citare entusiasmo nel maggior numero. I capi di divisione e di sezione per esempio, se si eccettui il piccolo cavalier Sabbatini che ha scritto una commedia intitolata L'ultima delle code e si annovera fra i promotori di una lega lombarda fra autori drammatici (la quale, a parlar serio, promette divenire feconda di bene ), tutti, più o meno, appartengono a quella famiglia di mummie che fornà argomento alla commedia del Dottor Costetti". 


"La burocrazia è l'antitesi dell'arte. Umini che vivono sorbendo l'oppio dei ricorsi e che sono attaccaii alla terra mercè la palla di piombo dei regolamenti, non è presumibile possano spingersi colla miente fuori dal seggiolone a braccioli che i fratelli Levera hanno loro ammanito a Firenze in sostituzione di quello che occupavan a Torino, e gustare il bello ideale. E la poca altitudine a comprendere e gustare il bello ideale fosse pure un vizio da deplorare nella sola burocrazia. Il male è che questo vizio (non esito a dirlo anche a costo di incorrere nella taccia di bestemmatore) si va generalizzando, e può dirsi ormai divenuto una delle caratteristiche più salienti del nostro tempo. Noi viviamo in un secolo di assoluta positività, il quale ha posto al bando la poesia, e non vuole occuparsi che di cose atte a dare un più largo sviluppo al benessere materiale. Così il palazzo Ferroni e quelli della Signoria e del Bargello, coronati di merli come sono, mentre aiutano il poeta ed il filosofo a rifare un'epoca gloriosa, non riescono colla loro architettura massiccia e paurosa che a far stringere il cuore dei più, siccome quelli che non risvegliano, almeno in chi li vede esternamente, l'idea di quelle agiatezze confortevoli, in mezzo alle quali si ama di vivere oggi. Cosi la loggia dei Lanzi, i musei, le pinacoteche, e perfino quel panteon meraviglioso che le pareti del tempio di S. Croce racchiudono e serbano alla venerazione dei posteri ,potranno tutt'al più riempire l'esistenza di qualche spirito elevato, non quella delle moltitudini che ammirano passando, e vanno pei fatti loro. È un secolo il nostro, nel quale il moto dell'umanità verso il compimento dei propri destini è, per così dire, divenuto vertiginoso. Si incede, gli occhi fissi verso la meta, e non si ha tempo di voltarsi indietro. Il profumo dei fiori giunge appena a solleticare l'olfatto di coloro che la locomotiva trascina da un punto all'altro della superficie terrestre".

 

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