28 Gennaio 2018 · 1882 Views

Schiave orientali a Firenze, terza parte

Come siasi introdotto e diffuso in Firenze il traffico delle schiave orientali.
Parte Terza


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Alla scoperta degli antichi luoghi del proibito




III

La legge dell'agosto 1289 dovette essere e fu senza dubbio eseguita, ma ciò non accadde così tosto: la reazione nobiliare trovò un insperato appoggio sia nell'inerzia di molti contadini, sia in un difetto intrinseco della legge medesima, i cui effetti non si poterono compiere immediatamente, sicché dal 1289 al 1350 (prendiamo noi pure quest'anno come punto di partenza al nostro studio) non si dovettero smarrire del tutto le traccie di quell'istituzione che il popolo fiorentino ed i tempi aveano condannato, anche perché molti coloni trasmigrati in città si collocarono per qualche tempo come servi presso gli antichi loro padroni. Il che ci sembra potesse costituire quasi una specie di anello di congiunzione tra il colonato (1) abolito ed il nuovo traffico che in Firenze cominciava a praticarsi.
Ma più chiaro ci sembra vedere tale anello di congiunzione in quel pregiudizio religioso, pel quale già si erano esclusi gli infedeli e i giudei dai beneficii della legge del 1289, e che non si era punto estinto negli animi dei fiorentini, anzi diciamolo pure, degli italiani.
Perchè non si sarebbe difatti estesa tale esclusione anche agli schiavi nuovamente venuti dall'Oriente? Infine erano essi pure infedeli; appartenevano per la maggior parte alla religione maomettana, e in parte erano pagani; non era dunque evidente che nessun rimorso, nessuna colpa avrebbero potuto avere da tale estensione, la quale d'altra parte tornava loro tanto conmoda? E le attestazioni concordi che ci vengono da parecchi contemporanei ci confermano pienamente che tale appunto era la tendenza del secolo.
 


Il concetto comune del tempo difatti era che senza esitazione si poteva trafficare di schiavi infedeli; e ciò perchè si riteneva che non la natura, ma la religione ponesse gli uomini al di sopra degli animali e delle cose. Per una mostruosa applicazione della religione alla politica, osserva giustamente il Bongi, si diceva avere il peccato originale annullato la naturale libertà deiruomo ; però la schiavitù essere giusta condanna degli infedeli. Ed ecco che ne scriveva il Sacchetti: (2) «Se uno schiavo o schiava, poiché è venuto di parte infedele e è fatto Cristiano puote essere venduto o debbasi comperare? Io dico di sì. Non dee essere libero chi non crede nella ricomperazione di Cristo, Benché io abbia comprato lo schiavo e poi vegna a battesimo, come servo e sottoposto viene al battesimo, e interviene come a colui che è in prigione, che non può far carta nè a sua cautela nè che vaglia; poi la maggior parte sono come a battezzare buoi. E non si intende pure per lo battesimo essere cristiano e non si è tenuto liberarlo benché sia cristiano se non vuogli. Non dico che se il vedi buono o che abbia voglia d'essere buono cristiano che tu non facci mercè di liberarlo, e così faresti male o peccato, avendo schiavo o schiave di una condizione come la maggior parte sono, benché fosse cristiano, di liberarlo, perocché gli levi il bastone d'addosso e dàgli materia di far ogni male... ancora ti dico che se un cristiano si volesse vendere e per servire due anni e cinque anni e tutto il tempo della vita sua si può comperare e così rivenderlo di uno in altro con quello tempo e con quella condizione, che egli si è venduto di primo suo volere.»
Così scriveva verso il 1370 l'arguto novelliere fiorentino, quegli che nelle sue novelle ritrasse così bene la vita del suo tempo e l'ambiente nel quale si trovava; così il teologo ed il moralista. E con lui s'accordava moltissimo un santo, l'Arcivescovo Antonino di Firenze (3), il quale poi alla sua volta riproduceva il pensiero di un papa, Celestino V (4). Partendo sempre dalla distinzione tra cristani, ebrei e pagani, S. Antonino affermava anzitutto che i cristiani possono vendere e comperare i giudei come servi, ma non debent cum eis morari ita, quod habeant eos tamquam familiare; e osservava che il battesimo non libera dalla schiavitù, quia servitus introducta est etiam de iure divino et per ius gentium et ius canonicum approbata; sostenendo, contro Raimondo, che egli non credeva punto facesse peccato chi ritenesse schiavo colui, che si era convertito al cristianesimo, oppure lo vendesse ad altri, perchè quod non est prohibitum intelligitur esse concessum, — Dunque S. Antonino ammetteva la legittimità della schiavitù non solo per i giudei e per i gentili d'origine, ma anche per quelli battezzati durante la loro schiavitù (5). Ora se pensiamo che chi dettava tali massime fu non solo venerato dai fiorentini per la santità de' suoi costumi, ma dalla Chiesa fu innalzato agli onori dell'altare; se pensiamo che tali principii erano già stati sanciti dalla suprema autorità ecclesiastica e raccolti nei bullarii pontifìcii, non crederemo certo di esagerare, asserendo che la Chiesa riconosceva pur essa legittimo il traffico degli schiavi.

«Se oscitanti erano le opinioni dei teologi, prosegue il Bongi, in una parte, dove poteva dirsi offeso il concetto religioso, è naturale che non fossero più rigorose le massime dei giuristi». E l'erudito stesso cita in proposito il giureconsulto Marquado De Susani, il quale difatti opinava (1) che, quantunque mediante il battesimo si diventi quasi un uomo nuovo, per baptismum tamen non desinit esse servus quia libertas non datur per baptismum sed remanet ad huc servus Christianus quia servitus est introducta de iure divino et per ius gentium et iure canonico confirmata. Ma si andò ancora più in là, e giunse un tempo in cui si asserì opera pietosa il condurre schiavi, come quella che cambiava in meglio la loro condizione.
 


 

Così dunque letterati, teologi e giureconsulti convenivano mirabilmente nel riconoscere legittimo il traffico degli schiavi d'oriente; e alle loro voci si univano pure quelle dei cronisti e dei novellieri, delle cui attestazioni noi dovremo di nuovo servirci. Nè erano esse attestazioni affatto soggettive, ed isolate; sibbene l'espressione ed il riflesso, per così dire, di un pensiero, di un sentimento comune e ben radicato negli animi ed al quale la legge avea già dato inoltre la sua sanzione. Con provvisione infatti dell'8 Marzo 1363 affermavasi lecito a chiunque di condurre in città, nel contado e nel distretto di Firenze schiavi e schiave, qui non sint catholicae fìdei christianae ; di tenerli, venderli, donarli, alienarli per qualsiasi titolo a chi vogliasi e di usar di essi come di propri veri servi e di cosa propria, incaricavansi ancora i priori di prendere le deliberazioni opportune per la sicurezza dei padroni contro la fuga, le malizie e l'inobbedienza degli schiavi . E nel 1366 i priori, adempiendo all'incarico ricevuto, presentavano a questo scopo medesimo al popolo una legge siccome quella che costituisce la base giuridica della condizione degli schiavi in Firenze (7). Or bene in essa, oltre alle pene contro le schiave colpevoli ed i loro seduttori, i Priori determinavano i limiti entro i quali si dovesse intendere racchiuso il principio dianzi accennato, e noi vedremo più innanzi come la larghissima interpretazione data ad esso dovesse tranquillizzare completamente gli scrupolosi cittadini possessori di schiave. V'avea dunque un'intimo accordo tra il pensiero degli scrittori e quello dei legislatori: l'esame dell' estensione presa dal traffico delle schiave ci dimostrerà come tale accordo esistesse anche fra la legislazione ed il popolo tutto.

Egli è ben vero che le attestazioni ed i giudizii da noi riferiti sono posteriori di qualche anno al 1350, e quindi potrebbe obiettarsi che esse, più che le cause dell'introduzione, ci spiegherebbero la rapida diffusione presa dal traffico degli schiavi, e pertanto nulla aggiungerebbero all'asserto del Bongi; ma ricordiamo quanto già sopra osservammo, che quei giudizi erano l'eco fedele, la riflessione dei sentimenti popolari, e che tali sentimenti certo non erano potuti sorgere repentinamente, ma alla lor volta non erano che il risultato naturale di quella profonda rivoluzione, che già dai primi anni del 1300 era cominciata a svolgersi in seno alla società ed in seno alla famiglia.

 

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Alla scoperta degli antichi luoghi del proibito

 

Tratto da Agostino Zanelli, Le schiave orientali a Firenze nei secoli XIV e XV, Firenze, E. Loeschner, 1885.


(1) Nel periodo del Basso impero, la condizione giuridica degli agricoltori vincolati al fondo che coltivavano (chiamati coloni, ma anche inquilini, adscripticii, glebae ecc.)
(2) Sacchetti, Sermoni Evangelici (Firenze, Le Monnier, 1857, pagina 94).
(3) S. Antonino, Somma Teologica (Venezia, apud luntas, 1582, P. III, pag. 60-61).
(4) Vedi in proposito l'Opera citata dello Zamboni, pag. 88 e passim.
(5) Come poi si conciliasse quest'opinione con l'altra dello stesso santo Arcivescovo, cioè che si dovesse rendere tosto libero chi si convertisse al Cristianesimo non riuscimmo a comprendere. Più logico assai ci sembra il Marquado, il quale s'opponeva a questo principio, che pur sembrava ammesso comunemente.
(6) Marquado De Susanis. De ludeis et aliis infdelibus (Venetiis, 1568 P. III, pag. 165).
(7) Le due provvisioni, integralmente riportate in un Registro degli Schiavi, del quale dovremo nel nostro studio far spesso menzione, furono inserite, ma fuse in una sola e con ordine affatto diverso dal loro primitivo, negli Statuti di Firenze del 1415 editi a Friburgo, 1789. (Tom. I, Libro III, rubrica 186, pag. 385). Le pubblicò quindi ed illustrò il Prof. G. MuLLER nell'erudita opera Documenti sulle relazioni delle città Toscane coll'Oriente Cristiano e coi Turchi sino all'anno 1531 (Firenze, M. Cellini, 1879). 
Il Bongi poi nell'opera citata asserì che nessuna legge, che sia nota, dichiarò permettersi, almeno fra noi, questa insolita merce. Non so davvero comprendere come gli possa essere sfuggita una simile asserzione. Ma la provvisione di Firenze del 1363 e quelle successive non suonano forse come un'esplicita concessione ed approvazione del traffico degli schiavi?

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