22 Novembre 2017 · 594 Views

Le tende e i vetri nel XIV - XV secolo

Le tende e i vetri nel XIV - XV secolo

Attilio Schiaparelli, La casa fiorentina e i suoi arredi nei secoli XIV e XV, Sansoni, Firenze, 1908


E' provato che gli antichi se ne servivano cosi nelle costruzioni pubbliche come nelle private. Durante le invasioni barbariche l'arte di costruirle, a quanto sembra, si perdette quasi completamente, e non tornò a fiorire che dopo il Mille nel settentrione d'Europa, dove le cattedrali romaniche, e più le gotiche, si fregiarono di stupendi finestroni storiati, celebranti in fulgidi colori la gloria di Dio e i trionfi della fede. E, date le condizioni di clima, è naturale che un tal genere di serrarne, che chiude perfettamente il vano della finestra colla minor riduzione possibile di luce, fosse applicato anche agli edifizi civili nei paesi settentrionali prima che da noi.

In Italia l'arte delle finestre di vetro non tornò in onore che nel sec. XIII, quando, per impulso venutoci dal nord, cominciarono a sorgervi le prime chiese di stile ogivale. Poi, com'era successo oltremonti, anche qui la finestra di vetro passò dalla chiesa alla casa privata; e già in un inventario bolognese del 1335 sono citate, fra altre masserizie domestiche, «duas fenestras de vitro et duas fenestras de fillo rami pro custodia dictarum fenestrarum ». Di finestre a vetri nelle dimore fiorentine trovo menzione solo in documenti di tempo assai posteriore; e precisamente in un inventario di mobili (52) appartenenti al convento del Carmine del 1391, dove si notano «due finestre di vetro con ventiquattro occhi bianchi di vetro per una» nell'infermeria; «una finestra piccola di vetro con sette occhi » nello studio; e in un altro locale che pare servisse anch'esso da studio, «uno finestruzzo di vetro biancho e rosso». Per altri accenni a vetrate domestiche, dobbiamo scendere fino al 1425, nel quale anno l'inventario dei beni di Tommaso Fini (148) cita « 1 scatola cum vetri da finestra impannata».

Quale fosse l'aspetto di queste antiche vetrate, composte di piccoli occhi o tondi di vetro riuniti fra loro da piombi e fissati a telai di legno o di ferro, non è chi non sappia; tanto più che nel restauro di edifizi medievali o della prima Rinascenza non si manca quasi mai di introdurne di somiglianti.
Come risulta dai passi riportati dall'inventario del Carmine, potevano esser fatte di tondi incolori o variamente colorati; le piccole dimensioni e la composizione grossolana de' tondi sembrano escludere invece che ce ne fossero di dipinte a figure e a storie.
Per ciò che riguarda la diffusione delle finestre a vetri nelle case fiorentine durante il Quattrocento, dobbiamo ripetere un'osservazione già fatta a proposito dell'impannata; cioè che gli inventari, tranne quelli del convento del Carmine e gli altri compilati da Andrea Minerbetti di cui parleremo a momenti, ce le mostrano sempre confinate in ripostigli o altri vani da sgombero. Cosi, per tacere dei vetri da finestra raccolti in una scatola cui accenna l'inventario di Tommaso Fini, in quello di maestro Michele da Pescia dell'anno 1459 (164) è notata «una finestra di vetro », insieme a impannate e a frammenti d'impannate, in un'anticamera; e nella «camera dell'aceto», posta sotto i tetti del palazzo mediceo di via Larga e usata come magazzino, l'inventario (170) di Lorenzo il Magnifico del 1492 cita tra l'altro «più vetri da finestre fra rotti e saldi». Ora queste vetrate frammentarie o inoperose dovevano rappresentare i pezzi di rifiuto e di ricambio, e la loro presenza in una casa ci dice appunto che in essa ve n'erano altre poste in opera, e fors' anche in numero non piccolo.

Cosi nel 1499 se nella dimora di Andrea Minerbetti, «più finestre di vetro» giacevan neglette sul terrazzo insieme a varie impannate (Inv. 175), se ne vedevano poi in opera altre quattro, tre in altrettanti scrittoi e una in una camera (Inv. 177). E' certo tuttavia che la finestra a vetri si usò assai meno dell'impannata. Infatti noi siam venuti or ora rintracciando tutti i passi dei nostri inventari che ne fanno menzione, e dobbiamo convenire che la messe è stata ben scarsa. Anche i documenti grafici che riproducono vetrate domestiche, sono in numero minore di quelli che ci mettono sott' occhio le impannate, tantoché io non ne ricordo che sei riferibili all'arte fiorentina, tutti del sec. xv.

Ma se in generale a Firenze le vetrate non erano frequenti, si ha in compenso notizia di qualche edifizio le cui finestre ne eran tutte fornite senza eccezione. Nel 1461 vennero pagate lire 594 soldi 11, e nel 1466 lire 1066 soldi 1 denari 4 a Niccolò frate gesuato 1 per la fattura di una quantità di finestre a vetri poste in opera nella Badia di Fiesole: e non solo nella chiesa e nelle stanze principali, ma perfino nei più umili locali di servizio, come la barberia, la cella del sagrestano e la dispensa dell'olio e del cacio. Però il caso della Badia di Fiesole era forse più unico che raro. Non dobbiamo infatti dimenticare ch'essa venne costruita ed arredata con magnificenza veramente singolare, e che chi fece le spese fu nientemeno che Cosimo de' Medici. Dunque, senza tenere in troppo gran conto il caso speciale della Badia, noi verremo alla conclusione che l'uso delle vetrate, conosciuto a Firenze fin dal sec. xiv, per tutto il Quattrocento si mantenne entro confini piuttosto ristretti: non tanto però quanto parrebbe dalla sola testimonianza degli inventari.
Or si domanda: perché mai questo sistema di serrarne, pur cosi superiore agli altri, non incontrò subito maggior favore tra noi e non si diffuse per tempo? La ragione di tal fatto, secondo me, è da cercare nell'alto prezzo della materia prima, la quale, fragile e ingombrante com'era, si dovea far venire con grave dispendio da luoghi lontani, dalla Francia, dalla Fiandra, segnatamente da Venezia. S'è visto come le vetrate della Badia fiesolana costassero in totale una somma considerevole.
Di qualche altra finestra a vetri, costruita a Firenze sullo scorcio del sec. xv o sul principio del xvi, si conosce il prezzo, che è sempre molto elevato. Si sa, per esempio, che il 17 novembre 1490 furono pagate 107 lire a Sandro di Giovanni maestro di vetri per una finestra di braccia 12 e mezzo , fatta nella sala del palazzo dei Signori, a ragione di lire 6 soldi 10 al braccio, e per braccia 17 di rete di filo di rame al prezzo di lire 8 al braccio. E si sa ancora che il 5 marzo 1513 i frati gesuati fornirono per lo stesso palazzo «braccia xxxv di finestra di vetro bianco per 3 finestre grandi de l'audientia a lire x il braccio — 11. 350 ».

Gelosie.—Tra le chiusure per finestre ricorderemo da ultimo le gelosie, fatte di asticciuole di legno incrociate, che permettevano ai curiosi di spiare nella strada senz'esser veduti. Esse ostruivano soltanto la parte inferiore dell'apertura e sporgevano un po' in fuori.

Tende. — Si usavano tende alle finestre delle case private? Se volessimo dar peso alla testimonianza negativa degli inventari, dovremmo concludere di no; ché dei tanti da me scorsi, non uno ne fa cenno, sebbene parecchi registrino tende per aperture di botteghe e per finestre d'opifici. Ma a sostegno della tesi opposta si hanno argomenti di ben altro valore. Tende da finestra, anzitutto, sono distintamente riprodotte in due dipinti d'origine fiorentina. Uno è l'affresco di Giotto della chiesa superiore di S. Francesco in Assisi che rappresenta il santo onorato da un pazzo: dinanzi alle finestre archiacute di un palazzo dipinto sul fondo corre una stanga posata sugli erri da cui pende sospesa per due capi una lunga tenda.
 


Part. affresco di Giotto della chiesa superiore di S. Francesco in Assisi


Part. affresco di Giotto, Annunciazione, Cappella degli Scrovegni a Padova


L'altro è l'Annunciazione di Giotto nella cappella degli Scrovegni, dove le tende son due, disposte allo stesso modo che nella pittura d'Assisi. Chi poi obbiettasse chela testimonianza di queste rappresentazioni non ha valore decisivo, perché, quantunque eseguite da un artista fiorentino, si trovano fuori di Firenze e possono rispecchiare costumi forestieri, non ha che a levar gli occhi alle facciate delle nostre antiche dimore per veder tuttora infissi|negli stipiti delle finestre, in alto dove s'imposta l'arco, certi brevi arpioni fatti a collo di cicogna il cui ufficio era appunto quello di reggere le aste delle tende. Convien dunque ritenere che l'uso delle tende fosse comune nella nostra città: se gl'inventari di masserizie non ne fanno parola, è perché si consideravano come annesse allo stabile.
Da quanto s'è detto si raccoglie che la tenda si sospendeva o alla stanga appoggiata agli erri, o a quella, molto più breve, sorretta dai ganci confitti in alto negli stipiti della finestra.
Nel primo caso essa era appesa cosi in fuori e cosi in basso, che lasciava penetrare dall'alto la luce liberamente, e più che a difendere dai raggi solari, serviva di schermo contro la indiscreta curiosità dei vicini. Nel Secondo Caso invece giovava perfettamente all'uno e all'altro fine.
Si era soliti allora arrotolarne il lembo inferiore intorno alla stanga poggiante sugli erri, e si aveva cosi un coperto che sporgeva in fuori obliquamente come quello sovrapposto alle botteghe, e che, essendo aperto di sotto, permetteva di guardar sulla via al riparo dal sole. Questo modo di disporre la tenda si vede riprodotto in una tavola del pittore senese Niccolò di Buonaccorso rappresentante le nozze della Vergiue che si conserva nella Galleria Nazionale di Londra.
Attilio Schiaparelli, La casa fiorentina e i suoi arredi nei secoli XIV e XV, Sansoni, Firenze, 1908​

 

Palazzo Spini e Ponte di S. Trinità nel sec. XV. Da un affresco del
Ghirlandaio (S. Trinità).


 

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