12 Marzo 2018 · 2006 Views

Simone Martini, pittore

Simone Martini
Simone Martini, indicato talvolta anche come Simone Senese (Siena, 1284 circa – Avignone, 1344), è considerato indiscutibilmente uno dei maestri della scuola senese e sicuramente uno dei maggiori e più influenti artisti del Trecento italiano, l'unico in grado di contendere lo scettro a Giotto. La sua formazione avvenne, probabilmente, nella bottega di Duccio di Buoninsegna.​ (Fonte Treccani)


Presunto ritratto di Simone Martini
Particolare, Il miracolo della Resurrezione di un bambino  (1284-1344, Italy)
Cappella di San Martino



I
 
Alla pittura senese, sulla fine del duegento e nei primissimi anni del trecento, aveva segnata la via il grande Duccio di Boninsegna. Di cui le radici affondavano nella tradizione bizantina; e lì trovava tutti i succhi che gli erano necessari, quasi senza bisogno di cercar d'altro. Le sue immagini si erano spante in ampie zone coloristiche, intense e pacate; sorrette da austeri andamenti lineari. Qualche volta i suoi quadri parevano eseguiti con la tecnica degli smalti cloisonnés, e le nitide partizioni erano colme rase di paste vitree liquefatte e rifreddate.
C'era in lui ancora qualche poco d'oriente, opulento e tardo; e qualche volta invece una trama insottilita con raffinatezza. I suoi discepoli più vicini presero quel che poterono, riuscirono a quel che poterono. Ma Simone Martini, un po' dopo, si sostanziò tutto di quella intensità raffinata, e ne fece il punto di lancio alla propria originalità.​

II
 
Quando Simone dipinse la «Maestà», grande Madonna in trono circondata da tanti santi quanti ce ne poteva stare sulla parete, (fig.1) s'era nel 1315, e il pittore aveva circa trentadue anni.
Essendo questa la prima opera sua che ci sia giunta, ne segue che noi non conosciamo niente e non sappiamo nulla del precedente periodo di formazione; e ce lo troviamo davanti artista già fatto. C'è però là dentro tanto che basta a poter affermare fin da ora la sua derivazione da Duccio: e la dimostrazione della sua fama già grande. Se non fosse stato il primo o uno dei primi pittori di Siena, il Comune non gli avrebbe dato davvero l' incarico di stendere il più monumentale fresco nella più importante sala del Palazzo: quel devoto atto di dedicazione di se stessa alla Vergine, che Siena, vetus Civitas Virginis, era solita di compiere ritualmente, in principio di tutte le sue azioni; fossero una promulgazione di legge, una dichiarazione di guerra, il nuovo palazzo costruito.

 
 

Fig. 1
Simone Martini, Maestà del Palazzo Pubblico di Siena
Particolari in fondo alla pagina

Ne, tre anni dopo, lo troveremmo a Napoli alla Corte di Re Roberto, pittore ufficiale e stipendiato, a dipingere chi sa quante cose ora perdute, e certamente il quadro di San Lodovico fratello del re, (fig. 1-2) e forse la Madonna della Corsini a Roma. Nè, tra il 1320 e il 1328, a Pisa per l'Ancona di Santa Caterina ora smembrata tra museo e seminario; a Orvieto per lavori varii; o ad Assisi a compiere la sua più vasta opera, la decorazione della cappella di San Martino (fig. 3-6).

Fig. 2


Simone Martini
San Ludovico di Tolosa che incorona il fratello Roberto d'Angiò
Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

Fig. 2

Simone Martini
Predella di San Ludovico che incorona il Fratello Roberto d'Angiò
Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

Alternava con questi soggiorni le residenze in Siena, più o meno lunghe, finche per un periodo che va dal 1328 al 1335, a Siena stette quasi sempre, almeno per quanto sappiamo. Doventò quasi il pittore ufficiale della Città; e le cose dipinte per il Comune e le chiese furon parecchie, delle quali ci resta: il ritratto di Guidoriccio da Fogliano, capitano vincitore, (1328, fig. 7), l'Annunciazione per il Duomo, ora alla Galleria degli Ufizi (1333, fig. 8-11), e la tavola del beato Agostino Novello, a S. Agostino (fig. 12-14).​
Stava lavorando nel 1335 a porta Camollìa, nella facciata di una casa, ancora una Madonna incoronata, quando lì lo raggiunse l'invito di Benedetto XII perchè si recasse ad Avignone: così almeno narrano gli storici senesi. Benedetto in quegli anni cercava per tutta Italia i meglio artisti per decorare la sua sede d'esilio, e aveva cercato anche di
Giotto, che aveva fatto la famosa l'O. I Senesi poi ad Avignone erano numerosissimi: Simone fu del numero e il più grande. Da Avignone non tornò più, essendovi morto nel 1344. Se son distrutti gli affreschi da lui eseguiti nel palazzo papale, e a Nótre Dame-des-Doms, ci fanno vedere a che punto d'arte fosse in quegli anni, il Gesù che ritorna dalla disputa, a Liverpool (1342, fig. 15) ; o il polittico d'Anversa (16, frammentato, di cui alcune parti sono al Louvre (fig. 17) e a Berlino ; e l'Annunziata Stroganoff (18).
Ad Avignone Simone incontrò il Petrarca, e strinse amicizia con lui. Gli dipinse il ritratto di Laura, come fa ricordo il Petrarca stesso in un sonetto celebre; e gli miniò il codice virgiliano ora all'Ambrosiana di Milano in cui il Petrarca scrisse:
 
Mantua Virgilium qui talia carmina finxit
Sena tulit Symonem digito qui talia pinxit.

Non è un bel distico; ma è per noi una commovente me tangibile testimonianza di legami stretti tra due antichi nostri che amiamo.
Oltre quello che s'è citato poco altro avanza dell'opera di Simone (1).

 
III
 
Basterebbe questo a testimoniarci della sua grandezza. Perchè la sanzione della moda può essere avventata e fallace, e, se sotto non c'è altro, dileguare presto come un fumo. Ma la sanzione della storia è difficile che sbagli.
In realtà fu una fortuna meritata a una grandezza pura. Fosse, in parte, merito della tradizione in mezzo a cui venne su, immacolata e depurata traverso tanti secoli d'esercizio di stile, fosse merito del suo temperamento, egli in cospetto all'arte non è mai in fallo. L'encomiastica e la narrativa religiosa che gli uomini di chiesa gli chiedevano, nei quadri di madonna e nelle storie di santi, non intorbidano mai la limpidità della sua grafica. Da buon rampollo bizantino tende la tessitura e le partizioni della sua immagine da testa a piedi e da un lato all'altro della tavola, con una semplicità piena di canto, con una lietezza larga di pause, che fan più vive e nette le riprese anche se delicate all'eccesso. Fila le sue linee in cadenze nobilmente sostenute, le esaurisce fino in fondo alle​ loro possibilità senza romperle in incontri impensati; o complicarle in intrecci drammatici. Finita una ne comincia un'altra, sempre con la stessa pazienza e lo stesso ardore intimo. L'occhio è sempre vigile alle sequenze, come l'orecchio di un poeta è teso alle cesure. Non ne abbandona mai una al caso e alla faciloneria. La meticolosità della sua tecnica è una faccia del suo lirismo a calor bianco. Per questo le sue sagome sono tra le più squisite che si conoscano; e a proposito di lui qualcuno ha potuto ricordare la grande pittura lineale dell'oriente.
E chiaro che non fanno per lui complessità, architetture multiple, orchestrazioni. Vi si è lasciato trascinare solo qualche volta in qualche scena popolosa, ed è stato con suo scapito. Infatti il suo modo essenziale è il canto a solo. Ha bisogno dintorno di un gran silenzio d'oro, per levare la voce. Gli bastano due dimensioni, e non abbandona la superficie per tentare la profondità. Non ne ha bisogno poiché le sue attività espressive sono le linee e il colore. Le sue linee han tracciato sulle superfici zone lacuali irregolari, ma non capricciose, molleggiate, ma senza agitazione, ed egli le riempie di toni come Duccio gli aveva​  insegnato: e molte volte toni puri, autonomi, come Duccio. Un rosso, un verde, un azzurro, con pochi accidenti interni di chiari e di scuri, ritagliati netti al limite di zona; che essi seguono docili uno di qua e uno di là per tutto il tragitto; come due campi van dietro al fosso di confine, e non si toccano mai. E molte volte sono invenzioni coloristiche le più nuove, della più leggera qualità, fiati di colore senza materia: violacei, azzurrati, grigio-cenere.
Dentro, i rilievi sono tenui, individuabili, susseguenti senza confusioni come le dune e i mamelons. Direi, se ciò potesse darsi, tondeggiamenti senza rilievo. In ogni modo quasi increspature dell'ultima epidermide cromatica, sotto cui c'è sempre qualche cosa tesa come un drappo. Per crearli pare che il pittore non si serva che della luce e mai dell' ombra. Si parte da un tono liquido e scintillante, anche se basso, che a grado a grado si imbeve sempre più di luce, finche nell'ultimo spianamento della forma si direbbe che resta la luce sola, luce pura senza colore, un cielo a mezzogiorno, o un nevaio contro il cielo; ma la sua qualità, tu la senti che è ancora la stessa qualità del colore che s'è ucciso in lei.
Cose presso che indicibili. E in nessun caso in mezzo a queste vicend
e si danno acceleramenti di tempi o convulsioni di spazii. C'è sempre tempo per processi cauti e spazio per dimostrazioni ordinate. Tutto si risolve alla superficie, e al massimo va a finire in una conclusione lineare più guizzante: anche le avventure di colore. E solo negli ultimi anni del pittore, dopo l'Annunciazione degli Ufizi, specie nel periodo avignonese, la vivacità di queste conclusioni lineari si fa più arrovellata. Il linealismo bizantino si travasa con passaggio naturale nel linealismo gotico; ma senza conseguenze profonde.
Luigi Dami.
(1882 – 1926), critico e storico dell'arte italiano. (
Fonte Treccani)

Tratto da Simone Martini, Piccola collezione d'arte, Firenze, Istituto edizioni artistiche, 1921
 
(1) Il ritratto di Laura è stato sfortunatamente perso, tutto ciò che rimane della misteriosa Laura sono i due sonetti di Petrarca, in cui il poeta elogia il talento divino dell'artista​. 

Cappella di San Martino (Assisi)​
 

Fig. 3
Simone Martini, dettaglio dall'Investitura di san Martino a cavaliere
 

Fig. 4
San Martino divide il mantello con il povero


Fig. 5
Apparizione di Cristo e angeli in sogno a san Martino


Fig. 6
Messa miracolosa in cui angeli coprirono le braccia del santo sprovviste di mantello (donato ad un povero)​
Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi
Palazzo Pubblico di Siena, Siena



Fig. 7

L'Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita di Simone Martini e Lippo Memmi
Firmata e datata al 1333, e conservato negli Uffizi


Fig. 8


Fig. 9


Fig. 10
L'Angelo


Fig. 11
La Vergine
"Beato Agostino Novello e storie”, dipinto autografo di Simone Martini,1328
custodito nella chiesa di Sant’Agostino, Siena



Fig. 12


Fig. 13
Miracoli del beato Agostino, di Simone Martini​


Fig. 14
Beato Agostino Novello
“Sacra Famiglia”,Simone Martini, 1342, Walker Art Gallery di Liverpool.​


Fig. 15

Il Polittico Orsini di Simone Martini​
Oggi si trova disperso in musei di Anversa, Parigi e Berlino.​


Fig. 16
Particolare dell'Andata al Calvario
Conservato oggi al Koninklijk Museum voor Schone Kunsten, Anversa.​


Fig. 17
Particolare dell'Andata al Calvario
Musée du Louvre, Parigi​

Maria Vergine annunciata
Museo dell'Ermitage (Gosudarstvennyj Eremitage), San Pietroburgo (?)
Ex Collezione G. Stroganoff, Roma 



Fig. 18


Particolari della Maestà di Simone Martini, 1315, situato al Palazzo Pubblico di Siena.


Particolare della Madonna e del Bambino


Sant'Orsola


Sant'Orsola
 

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